mercoledì 14 dicembre 2011

Il Far West, Allah e la felicità


Una schermata dalla Nazione online del 14 dicembre 2011.

Sicuramente si tratta di casualità. Il Far West. Allah e Dio che sono uno. La felicità impalpabile. Eppure, nelle casualità ci deve pur essere un ordine. Lo si potrebbe rimescolare; il Far Allah. Il West e la Felicità che sono uno. Dio impalpabile. Non cambierebbe nulla, probabilmente, tranne quei due ragazzi a terra in un mercato.

domenica 6 novembre 2011

domenica 30 ottobre 2011

Evoluzione di un vecchio detto


Esiste, in questa città, una stradina non centrale che è rimasta un mondo a sé, anche nel nome: si chiama Via Luna. Difficile pure trovarla, se non si sa bene dov'è: ad esempio, un suo ingresso è nascosto sotto una volta che dà su un marciapiede. Via Luna, posto da gatti par excellence; dentro, tutta una serie di cortili e borghetti, giardini e persino un polo sociale che forse aspetta uno Shackleton per essere esplorato. Nel frattempo mi son data ad esplorarla io, e vi ho scoperto, su un muro, un'interessante evoluzione di un vecchio detto. Se prima, quando pioveva, c'era il classico governo ladro, via Luna ci propone una variante parecchio gustosa.

martedì 25 ottobre 2011

Nuovo quotidiano in vista: il Giornale di Sollicciano


Il popoloso quartiere di Sollicciano, al confine tra questa città e Scandicci, aveva sicuramente bisogno di un organo di libera stampa che lo rappresentasse e che ne perorasse gli interessi; detto, fatto. Stante il non eclatante successo del Giornale della Toscana, il suo signore e padrone Denis Verdini, ex macellaio fivizzanese trapiantato in riva al Bisenzio divenuto poi impeccabile banchiere e infine coordinatore nazionale del PdL (che non è l'abbreviazione di Partito de' Lavoratori), ha pensato bene, e finalmente, di riconvertirlo.

Più volte ritenuto sull'orlo della chiusura e totalmente screditato anche dai suoi stessi potenziali lettori (che, a parità di cialtroneria e servilismo, continuano a preferire comunque La Nazione arricchita dagli impareggiabili corsivi di un Franco Cangini), il "foglio giallo" di via Cittadella si è contraddistinto negli anni della sua inesistenza, oltre che per il totale asservimento agli interessi di Silvio Berlusconi e per aver tentato di fungere da "quinta colonna" nella "rossa Toscana", per tutta una serie di degradi, paure, insihurezze, cittadini esasperàhi e porverière frammiste peraltro a grosse dosi di pallone, gòssippe, xenofobia, culi gnudi e menzogne; la gara con la Nazione (e anche con Repubblica, va detto) si è però dimostrata senza storia. Nemmeno i recenti fatti di Roma, dove il Giornale della Toscana ha ovviamente chiesto a gran voce ergastoli, gogne, patiboli e delazioni nei confronti dei violenti manifestanti, sono serviti ad evitare che l'agognato braccio secolare si rivolgesse in men che non si dica nei suoi confronti; e così ecco che, oggidí, l'ex macellaio & banchiere si è ritrovato (in mezzo ad altre irregolarità, grassazioni, concussioni, arricchimenti illeciti & reati varij) indagato anche per truffa in un'inchiesta della procura di Roma relativa ai finanziamenti pubblici erogati a quel liberissimo quotidiano. E non si parla di noccioline: gli inquirenti stanno sequestrando 10 milioni di euro, tra i quali una parte dei finanziamenti ricevuti illecitamente. A mo' di indennizzo, però, alla banda del Giornale della Toscana sono state incerimoniosamente erogate una ventina di perquisizioni, che mi risultano essere assai di più di quelle ammannite ai presunti black bloc fiorentini nei giorni scorsi. Solo che, tanto per essere corretti, di vero e proprio "blocco nero" si dovrebbe casomai parlare per quest'accozzaglia di faccendieri, fascisti, pennaioli, politicanti e piduisti (anzi, pitreisti, visto che nell'inchiesta pare entrarci anche la famigerata P3).

Insomma, Verdini & Co., vista la malissima parata che si sta prospettando per loro e per il Giornale della Toscana, hanno pensato di rendersi utili almeno per una volta nella loro vita; dismettendi i locali di via Cittadella, hanno iniziato il trasloco in quelli (invero ben più spaziosi, anche se suddivisi in una miriade di anguste stanzette) di Via Girolamo Minervini n° 2, dei quali offriamo una bella immagine nella foto sotto il titolo. La zona, seppure un po' umida e nebbiosa nei mesi invernali, è ottimamente servita (autobus n° 80) e non vi sono problemi di parcheggio (anche se, francamente, dubito che la proprietà e i redattori possano servirsi dell'automobile una volta varcato l'ingresso di quello stabile). Il novissimo Giornale di Sollicciano, al quali porgo il mio più caloroso benvenuto, saprà certamente ritagliarsi uno spazio importante nell'editoria locale; la proprietà e la redazione avranno del resto abbondanza di tempo da dedicare alla loro attività, allietata dagli ottimi pasti del Casanza Restaurant, e senza doversi più preoccupare di odiosi attentati dato che, mi garantiscono, la nuova sede è protetta assai bene.

mercoledì 19 ottobre 2011

Premiata ditta traslochi "La Nazione"


In un suo impareggiabile "reportage" di ieri, la Nazione ha effettuato una profondissima disamina delle realtà antagoniste di questa città (vale a dire dei black bloc). Prima di procedere, sento il bisogno di profferire un miagolio di ribrezzo, di rizzare il pelo e di far assumere alla coda la forma di un forcone pronto all'uso.

Sinceramente, mi piacerebbe almeno una volta poter osservare di nascosto (e a noialtri gatti la cosa dovrebbe riuscire non difficile) lo scribacchino che redige siffatti articoli, magari per uno stipendio di precario. Gli tocca un giorno parlare di Mihajlovic, quello dopo di una vecchia inciampata in borgo Tegolaio, quello dopo ancora del degrado in qualche quadrilatero della paura e infine gettarsi nel mondo del violento antagonismo. Come dire: è proprio un gran mestiere di merda!

Il risultato è, come è lecito attendersi, una serie impressionante di cazzate da presentare in pasto al pensionato che, la mattina, sbava sul cappuccino e si sbrodola la giacca con la pastarella alla crema. Senza i bar e senza i pensionati, del resto, la Nazione sarebbe pressoché finita. Così mi piace figurarmi, appunto, un pensionato dalle parti dell'inizio di Via Pisana, vicino a Porta San Frediano, cui stamani, mentre leggeva il suo quotidiano preferito (che, tirchio com'è, si guarda bene dall'acquistare dal giornalajo), dev'essere preso un colpo.

Aaaaahhhhhhh! Nooooooooo!!!! Tazza col cappuccino che descrive una piroetta planandogli sui pantaloni; bignè farcito mezzo sulla camicia appena stirata, e mezzo di traverso tra la dentiera e l'epiglottide. Sí, perché nel famoso reportage di cui sopra, quello sugli antagonisti e sui black bloc che mettono le città ferro ignique, la più famigerata di tali entità, il CPA Firenze Sud, gli è stata spostata dalla Nazione esattamente sotto casa.

Si legge infatti nell'articolo che il CPA si troverebbe in Via dell'Anconella. Ora, Via dell'Anconella è una tranquilla (e graziosa) stradina che unisce via Pisana al Lungarno del Pignone, poco fuori Porta San Frediano e in prossimità del celeberrimo ex cinema Universale. Insomma, la Nazione ha proditoriamente spostato il centro sociale da via di Villamagna, a Gavinana, nel quartiere del Pignone. Un'organizzatrice perfetta di traslochi, visto che spostare tutto l'ambaradan del CPA in una sola notte non è certamente cosa da poco!

Il fatto che il CPA si trovi a pochissima distanza dall'Anconella, ma quella dell'acquedotto, per la Nazione significa poco: e porco diavolo, se l'acquedotto è all'Anconella, la strada dev'essere per forza via dell'Anconella! E, invece, la toponomastica cittadina è traditrice. Insomma, l'Anconella dell'acquedotto si trova circa a cinque chilometri di distanza da via dell'Anconella; e l'articolista si è ben guardato dal rileggere un'attimo la sua fatica, evitando così la consueta figura di guano e, più che altro, di far venire un ictus a un povero pensionato preoccupato di ritrovarsi in preda ai facinorosi.

Si sarà immaginato, poveraccio, che avessero occupato il Gazometro, struttura peraltro ottima per fungere da patibolo. Si sarà precipitato di corsa in casa berciando: "Maria! Maria! Arrivano i blecchiblocchi, l'ha detto la Nazione! Bisogna vendere subito casa e andare a stare da tua sorella in via di Villamagna al 27! "

Nella foto: il Gazometro di via dell'Anconella.

lunedì 17 ottobre 2011

Indignata una sega!


Scusate, cosa mi avete chiesto? Se anch'io, per caso, sono "indignata"? Per vostra norma e regola, un gatto non si indigna per niente: si i-n-c-a-z-z-a. E la sottoscritta, in questi giorni, è incazzata parecchio (come si può vedere dalla foto soavemente scattatami dall'amico Sussi, che non si dovrebbe incazzare perché ci ha il cuoricino tanto malato, ma che invece non gli si sta intorno).

Datemene qualcuno fra le unghiette, di quegli "indignati" che si stanno, in queste ore, divertendo a fare da delatori organizzati con i loro video, le loro paginette "Facebook" di merda, le loro nonviolenze da barilotto e i loro giornali nazisti, come il Repubblika Beobachter. Lasciatemelo per dieci minutini, non di più; ci penso io a fargli passare la voglia di "indignarsi".

Magari, così, l'Oberführerkommandant Von Pietren, dopo avere invocato la legge Reale, proporrà anche di istituire un lager per gatti; magari Der Skalfari-Stürmer inviterà caldamente a denunciare in ogni modo possibile quei maledetti felini, specie se neri; del resto, chi c'è più "black (cat) bloc" di noi? E non provateci nemmeno a riprenderci coi videofonini; siamo troppo più veloci di quelle vostre stupide macchinette. Neanche il tempo di fare "clic" e vi siamo già addosso, e non certamente per fare il pane o le fusa. Al posto dei soliti topi, come "regalino" d'ora in poi vi portiamo un bell'indignato; come coniglio o come verme andrà benissimo.


giovedì 13 ottobre 2011

Vai dove ti porta la coratella


Alla fine la logica ha avuto il sopravvento: poiché i libri che scrive sono assimilabili a prodotti di largo consumo, finalmente Susanna Tamaro si è decisa a andare a presentarli e firmarli in un supermercato. Per la cronaca, almeno in questa città tutto questo avverrà presso il centro commerciale SuperStore Esselunga di via del Gignoro, venerdì 14 ottobre: assolutamente da non perdere, insomma. Tre chili di zucchero, scatolame vario, la pasta coi punti Fragola, la carta Fìdaty, le frattaglie per il gatto e Per Sempre. L'Esselunga, del resto, ama non poco la grande letteratura: dopo il pamphlet contro le "Coop rosse" scritto direttamente dal suo padrone, Falce e carrello, fatto ritirare ex lege dalla vendita dopo che è stata persa una causa per diffamazione, si vede che l'Esselunga aveva bisogno di riempire i vuoti venutisi a creare; e che cosa c'è di meglio della campionessa antiabortista, anticomunista, ferrarista (nel senso di Giuliano Ferrara) e autrice dei più melensi best-seller della storia? "Un amore che permane e resiste e che è, soprattutto, impossibile": così viene descritta l'ultima immensa fatica della Tamaro, quella che appunto verrà presentata venerdì al SuperStore; resta naturalmente da vedere dove esattamente avverrà questo decisivo evento letterario, se davanti al banco dei surgelati o in prossimità degli scaffali delle verdure fresche. Ritengo più probabile quest'ultima ipotesi, date le note posizioni "animaliste" della Tamaro la quale ha definito l'industria alimentare della carne come "il più grande crimine dei nostri tempi"; immaginatevi un po' se l'ipermercato decidesse di farle firmare i libriccini davanti al reparto macelleria! Sono comunque certa che il libro della Tamaro si sarebbe venduto comunque un tanto al chilo, nel pieno solco della procreazione letteraria assistita in cui la scrittrice triestina è specializzata e senza che, purtroppo, nei suoi confronti venga organizzato alcun referendum.

domenica 9 ottobre 2011

Né dio, né padrone....


In questi ultimi giorni, facciamo una ventina, la sottoscritta ha avuto parecchio da fare; soprattutto occuparmi dell'amico Sussi, che -come dire- ha avuto qualche lieve problema di salute. Ieri, però, il Sussi non ha resistito e ha voluto recarsi alla Vetrina dell'editoria anarchica, che sta svolgendosi in questa città, pur tra qualche comprensibile affanno e mille attenzioni; ovviamente l'ho accompagnato, anche per andare a trovare una mia cara amica e compagna (quella che, da sempre, fa da fotomodella per i manifesti anarchici con aria un po' incazzata). Certo che, per noialtri gatti, codesta vetrina è davvero qualcosa di familiare; prova ne sia che siamo un po' dovunque, dai libri ai poster, dalle spille alle borse per la spesa. Proprio così: le borse della spesa. Ne ho trovata una, che ovviamente il Sussi si è immediatamente comprato a un prezzo più che politico, dove un muso di gatto nero (in tutto e per tutto simile a quello di Redelnoir) sormonta una dicitura che ritengo indimenticabile: Ni Dieu ni maître ni croquettes (che in toscoumano sarebbe: Né dio né padrone né croccantini). Credo che soltanto un gatto potrebbe spiegare adeguatamente che cosa significhi la dittatura del croccantino, che ci è stato imposto come alimento standardizzato negli ultimi venti o trent'anni! Poi sono venuta a sapere che si tratta addirittura di un fumetto (con relativo cartone animato) creato nel 1998 da Pat e Manu Larcenet:


Che dire? Ho come la vaga impressione che mi darò parecchio da fare per avere una copia di quel fumetto, e che saprò parlarvene ancora in futuro. In Francia, o comunque nei paesi di lingua francese, la cosa è diventata anche uno stencil che si vede parecchio sui muri:


martedì 20 settembre 2011

Pere


Repubblica è specialista riconosciuta nelle non-notizie, e su questo non ci piove; certamente non è la sola, ma il suo stile da giornalone finto progressista, e in realtà forcaiolo al massimo grado, la rende se possibile ancor più odiosa e degna di vomito. Anche perché Repubblica costruisce sulle non-notizie delle vere e proprie campagne di denigrazione, sia a livello locale che nazionale (si vedano ad esempio quelle degli ineffabili Marco Pasqua e Omero Ciai). Se poi, come è avvenuto oggi in questa città, persino le "istituzioni" le tengono bordone, si può ben capire quali e quante siano le sinergie cialtronesche che vengono messe in atto.

Eccola qua, la non-notizia di oggi: un'insegnante che si fa una pera d'eroina nel bagno della scuola. Un episodio, senz'altro spiacevole ma purtroppo di una banalità assolutamente sconcertante. Il problema è che tale non-notizia viene, come dire, presa al volo da tale Rosa Maria Di Giorgi, assessore all'eduzazione (tra parentesi: Repubblica è oramai ad un livello di guardia per quanto riguarda i refusi, sbattuti persino nei suoi titoloni) del comune di Firenze. Cosa propone questo genio? Basandosi sulla non-notizia, ipotizza che, d'ora in poi, tutti gli insegnanti dovrebbero essere sottoposti ai test antidroga. Sentite un po' cosa le esce dalla bocca: "E' necessario avviare una riflessione - spiega l'assessore -. I test per alcol e droga sono previsti per gli autisti e per chi guida navi o aerei non vedo perchè la stessa cosa non valga per chi ha a che fare con i bambini, come insegnanti e educatori".

Che sia necessario "avviare una riflessione" non c'è dubbio; ma una riflessione sulle effettive condizioni di sanità mentale di questa signora che occupa una così importante carica a livello cittadino. Facciamo un paragone: trovano un ingegnere che si è fatto una pera nel bagno dello studio; e poiché un ingegnere ha a che fare con costruzioni, ponti, strade e quant'altro, giù coi test per tutti quanti gli ingegneri. Oppure: trovano un bagnino briaco fradicio in una cabina. Ha sí o no a che fare con salvataggi, bagnanti in pericolo e bambini in difficoltà? Bene, forza coi test antialcol per tutti i bagnini italiani.

Dalla non-notizia e dal singolo caso, si costruisce sempre di più la logica del controllo repressivo; e sarebbe bene considerare questa cosa, assai più pericolosa dell'insegnante che si fa la pera nel bagno della scuola (notizia poi, ovviamente, non verificabile perché viene omesso qualsiasi dato di riconoscimento; a rigore potrebbe essere anche una notizia inventata di sana pianta, e la cosa non dovrebbe stupire più di tanto). E se trovassero la signora Di Giorgi, un bel giorno, a strafarsi di cocaina in Palazzo Vecchio? Siamo in un paese in cui un parlamento intero si smidolla di piste; e, in effetti, un'uscita del genere da parte dell'assessore fa sospettare qualche polverina discretamente potente.

"La proposta è una di quelle destinate a fare discutere", commenta l'articolista; no, non c'è proprio nulla da discutere, invece. Meglio finirla qui. L'assessore all'eduzazione pensi piuttosto a cose ben più gravi che attanagliano la scuola, e a quell'autentica fattona del ministro per la pubblica (d)istruzione. Fossi un insegnante, farei recapitare all'assessore una bella confezione di siringhe con su scritto: "Si faccia una pera d'intelligenza e la smetta di sparare cazzate del genere".

venerdì 9 settembre 2011

L'hanno beccato, finalmente!


Nella foto Agerpress (in latino: Stampa de' Campi): Uno grasso di Scandicci infine assicurato al braccio secolare dopo una lunga caccia. A tale riguardo, pare che gli sia stata tesa una trappola attirandolo in un campo di cocomeri (frutto di cui l'esemplare è ghiottissimo) per mezzo di un camion che spandeva da uno speciale marchingegno odore di cignale arrostito. L'operazione, denominata "Acchiappa i' Supersàizz", è stata condotta a buon fine nei giorni scorsi. La foto ci mostra, oltre allo scandiccese obeso attorniato dalle forze dell'ordine e con la consueta espressione mobile e creativa, anche due funzionari altamente soddisfatti. Per la sua detenzione, escluso categoricamente il carcere di Sollicciano (che, altrimenti, avrebbe avuto a patire una drastica riduzione delle ottime provviste alimentari di casanza), è stata approntata ad hoc una caverna sui monti della Calvana, già appartenuta all'Anonima Sequestri.

mercoledì 7 settembre 2011

Pamparotfl


"Ma come mai per una Escort di vent'anni chiedono ventimila euro, se la quotazione su Quattroruote è di mille...?"

(Sentita stamattina a non so che radio)

mercoledì 31 agosto 2011

Il nazzifascismo e l'accademia

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Già la conosceva, l'amico Sussi, questa lapide; e già ci aveva fatto alcuni suoi ragionamenti; ma siccome la sottoscritta Pampalea non ha certo rinunciato a farsi i suoi giri per la città (fregiandosi della qualifica di reporter felina metropolitana, da lei stessa appositamente creata per lei stessa), vi si è voluta recare di persona per fotografarla; tanto più che oggi è proprio il 31 agosto, vale a dire il sessantaquattresimo anniversario della sua apposizione su un muro qualsiasi dell'antica via delle Panche.

Antica sí, ma qui non si è affatto nel centro storico; anzi, se n'è ben lontani (almeno su scala cittadina). Un quartiere suburbano, le Panche, nato contadino lungo una strada che menava alla piana e dove le distanze dalla città si misuravano in miglia. E così, come altrove, ecco prima Quarto, poi Quinto (Quinto Basso e Quinto Alto), Sesto che a sua volta s'è fatta città, la Badia a Settimo...la cosa piuttosto curiosa è che -dovunque- la miliarità incomincia da Quarto. Non c'è mai, nelle città italiane, un "Terzo", un "Secondo" e men che mai un "Primo". Ma forse era perché a quattro miglia dalla città si era oramai veramente nel contado; prima non ne valeva la pena, di contare.

La città, naturalmente, si è mangiata tutto; eppure, anche oggi, quei posti hanno una loro fisionomia ancora riconoscibile. Le case vecchissime a terratetto, i cortili (anzi: le corti), a sinistra le contrade che vanno a loro volta al piano, mentre a destra quelle che salgono su in collina, alle ville storiche. Qualcuno forse non ci crederebbe, ma la famosa Accademia della Crusca, l'istituzione che da secoli veglia inultilmente sulla purezza e sulla correttezza della lingua italiana, si trova lí a due passi e mezzo. Poco tempo fa, il piazzale prativo che l'antistà, alla fine d'un viale alberato, è stato intitolato alle Lingue d'Europa. Quando me ne sono accorto, mi è scappata una specie di sorriso.

Tra la guerra e il fumo esiste una decisa somiglianza, senza tener conto che di fumo, la guerra, ne produce parecchio. S'infilano dovunque, tutt'e due. Immaginarsi la guerra alle Panche, in un tempo che sta cominciando forse ad esser lontano per una vita umana, ma che non è nulla in termini di Storia, può essere forse difficile; sparano in via dell'Osservatorio, si ammazzano in via della Querciola, i briganti neri rastrellano in via del Sodo, i partigiani scendon giù da Cercìna. Eppure, quando la lapide del nazzifascismo è stata sistemata sul muro di via delle Panche, un trentuno d'agosto di sessantaquattro anni fa, immaginarselo era facilissimo. Cose di due o tre anni prima. Cose che avevan sotto gli occhi anche i bimbi piccoli.

Cose di quando i nazzifascisti non erano tre o quattro buffoncelli che giocherellano a appiccicare manifestini sui muri; quelli sparavano, ammazzavano, rastrellavano, consegnavano, torturavano. Come il fumo, o come l'acqua di un'alluvione -tanto per rimanere a cose familiari per questa città; nessun risparmio. Si contavano i morti, i feriti, i deportati; e, in mezzo a tutto questo, c'era persino chi sperava -a torto o a ragione- nel famoso paese migliore.

La gente che abitava in quei quartieri non aveva, probabilmente, una grande istruzione. Si doveva andare a lavorare da ragazzi. Nel frattempo, a pochissima distanza, gli Accademici si facevano le loro cicalate e lavoravano al gran dizionario; il quale dà l'occasione per far presente che la cosiddetta ortografia altro non è che una convenzione malfatta. A sentir l'ortografia, scrivere dizzionario, con due zeta, è un grave errore; però la zeta si pronuncia doppia. Ci avete mai fatto caso? Si scrive inflazione, condizione, Ipazia ma si pronuncia in realtà inflazzione, condizzione, Ipazzia. Quando dicono che l'italiano "si legge come si scrive", è una baggianata bella e buona; certo, non è fortunatamente ai livelli del gaelico irlandese (dove tutto si legge come non si scrive), dell'inglese o del francese; ma di ortografie veramente "fonetiche" non ne esistono da nessuna parte. E c'erano la guerra, e i nazzifascisti (sí, con due zeta), e la sventura, e la morte.

Non era ignoranza, quella. Era scrivere le cose come si pronunciano. Da un angolo sperduto della periferia d'una città, in mezzo ai lutti e alle distruzioni (pronuncia: distruzzioni), qualcuno pensò di lanciare una doppia zeta al mondo. Senza nomi, ché pure di caduti ce ne dovettero essere in quelle strade; una doppia zeta alla memoria di tutti. Forse, allora, aveva ancora un senso quando si parlava di popolo, perché il popolo si era fatto carico della lotta e della memoria di tutti. Esprimeva tutto ciò, in barba agli accademici, nella sua lingua; in quella dei fucili e degli osti, in quella della fabbrica e della montagna, in quella delle scarpe rotte e del ciabattino, in quella delle donne in fila alla fontana sotto le bombe e del fazzoletto rosso al collo che aveva tutto il diritto a quel colore, perché presto sarebbe potuto essere quello del sangue che sgorgava.

In quella lapide c'è tutto quel che non vuole morire. L'anno che verrà, invece di celebrare assieme a sindaci e arcivescovi emeriti, sarebbe bene che gli abitanti di questa città si radunassero sotto a quella lapide, recando magari qualcosa con una doppia zeta. Come ricorda un vecchio e bel film, la zeta non piace ai fascisti e ai nazzisti; una dittatura militare, sembra, arrivò a proibirne l'uso. Anticamente, nella lingua di quel paese, "Z" equivaleva a zei, "vive". Con due zete, la memoria vivrà due volte. Una per allora, e una per quest'oggi. E se, magari, qualche accademico o pedante s'azzardasse a dir qualcosa, giù carcincùlo; si dice così, con un fenomeno che si chiama rotacismo.

lunedì 8 agosto 2011

PGNDG - Piccolo Gatto Nero Distruggere Galera



No, non ha avuto pace finché non lo ha fatto. Quella bieca, truce gabbietta che dovrebbe servire a trasportarlo dal vetrinàio e dove finisce per un'oretta quando la Marinella viene a pulir casa, in attesa che sia abbastanza gattogrande per starsene in giro per l'Isolotto. Zampa tu che zampo io, e la galerina è finita per terra due, tre, dieci volte; e giù implacabile, perché piccolo gatto nero deve essere libero di fare il tornado quanto gli pare. Alla fine la gabbietta è stata sderenata a dovere e resa inservibile; ecco ciò che resta dei fermi.


E così, con fare trionfante, il piccolo gatto nero ha preso possesso della galerina distrutta e vi si è sistemato sopra agitandovi l'imperial coda. E mi sono figurata, da gatta nera avvezza a questo e ad altri atti del genere, una galera d'umani alle prese con qualcuno che le riserva il medesimo trattamento. Torrette, fili spinati, fotocellule, grate, sicurezze, guardie: tutto arrovesciato. E sopra alle rovine di quel tristo luogo, un gigantesco gatto nero che agita la coda spazzando via ogni cosa. Non a caso il gatto nero è simbolo...ma di che cosa non ho voglia di dirlo. Ve lo direte da voi, se vorrete.

lunedì 4 luglio 2011

Letture per l'infanzia felina

Prima la lettura...


...e poi la nanna!

sabato 2 luglio 2011

Il piccione e Filurânsa


Firenze, 1° luglio 2011, ore 17 circa.

Non crediate che la sottoscritta sia una gatta nera poco impegnata; anch'io, facendo peraltro ben attenzione a non farmi stiacciare dai numerosi piedi umani presenti, partecipo alle manifestazioni. Alle quali ci sono parecchi cani, e non vedo quindi perché non debba esserci una gatta!

La manifestazione era intitolata "Firenze bene comune", e non ve ne sto a parlare così tanto perché ne avrete sicuramente letto su qualche giornale; oppure c'eravate, cosa assai più raccomandabile. Ma poiché io sono una gatta coscienziosa e preferisco sempre arrivare un po' prima che un po' dopo, mi aggiravo per la piazzetta tranquilla quando mi è saltato agli occhi il particolare che vedete nella foto (che vi consiglio di ingrandire cliccandoci sopra).

Nella piazzetta in questione ha sede da alcun tempo la Comunità islamica di Firenze e Toscana, con dicitura (appunto) in toscano e in arabo. L'arabo non lo so leggere bene, anche se presumo che le due ultime parole suonino Filurânsa wa Tusqana. Insomma, questa cosa che sembra (ed era) un fondo commerciale, è in realtà l'attuale moschea di Firenze.

Nel mezzo alle due vetrine della moschea, o comunità, o fondo che dir si voglia, stava un piccione. Talmente immobile, e dall'aria sí fiera, che quasi pareva star lì a far da guardia. Mi è venuto a mente che proprio quelle case, così come del resto recita una non nuova e solenne lapide colà apposta, videro la nascita di Lorenzo Ghiberti, il sommo artista delle Porte del Paradiso.

Sovente mi accade di intuire qualche collegamento tra le cose, senza saper però esprimerlo a dovere; e questo è uno di quei casi. In attesa di trovare, se mai succederà, le parole giuste, non posso che formulare un augurio.

Quello che il piccione di guardia sopra Filurânsa wa Tusqana si adoperi per scaricare tutta la merda che ha in corpo (e i piccioni ne hanno, come noto, da vendere) sopra la testa di qualche intollerante razzista demente che si trovi a passar di là, nel cuore della Firenze alluvionata che cacciò un presidente della repubblica a colpi di mota, nel cuore della Firenze degli artigiani fatti sloggiare, nel cuore della Firenze che ancora non ha voglia di cedere.

Splòch!

venerdì 24 giugno 2011

giovedì 23 giugno 2011

Братчик Пампалей


Di come Néstor Lunar sia arrivato da queste parti, ne ha già dato ampio resoconto l'amico Sussi; per quel che mi riguarda, è l'arrivo di un fratellino ufficialmente certificato, perché un gattino del genere non può che appartenere all'antichissima stirpe dei Pampaleidi. Infatti, al suo nome completo già di per sé piuttosto complesso (Néstor Lunar el Mierdita y el Grif) mi sono pregiata, forte della mia autorità, di aggiungere anche il patronimico Pampalejovič !

martedì 21 giugno 2011

Componieristica


Nonostante tutto (estate, pigrizia naturale & felina ecc.) congiuri contro una mia indefessa attività blogghistica, non crediate che la vostra impareggiabile e modestissima Pampalea abbia rinunziato a farsi le sue giratine per la città alla ricerca del suo più profondo Stadtgeist. Così, in questi giorni, presso un celebre e valente trippajo (pòle una gatta rispettabile non frequentare i trippai?) vi ho scovato questo piccolo annuncio che ha, a mio parere, del commovente. Bisogna soltanto far mente locale e entrare nello spirito del più autentico appassionato di montan bike (sapete, quell'aggeggio con cui torme di quarantacinquenni circa si vanno a sdentare e a ridursi come conci nelle rovete per impervi sentieri). Non solo c'e segret., e vorrei anche vedere che non ci fosse per un telaio in alluminio slug (pronuncia: slùgghe), ma soprattutto una buona componieristica (vale a dire che tutti i componieri sono a posto) e anche lo sgangio. Ma la ruota come Shimano e Rikei riporta tutto ad un émpito di serietà di cui non è possibile non tenere conto.

venerdì 10 giugno 2011

E-coli: Il batterio responsabile


E ditemi che non fa cacare. Preparo la lettiera. Miao!

giovedì 9 giugno 2011

È morto nell'orto


Sono sinceramente e assolutamente arcisicura che il padre di Sandro Bondi, l'ex ministro ed ex coordinatore del Popolo delle Libertà, sia stata una degnissima e brava persona. Il signor Renzo Bondi, ottant'anni, dev'essere vissuto in modo semplice, così com'è morto, oggi, mentre lavorava un po' la terra; nessuna colpa dev'essergli attribuita, nemmeno quella d'aver messo al mondo un figlio del genere. Così come le colpe dei padri non debbono ricadere sui figli, quelle dei figli non debbono ricadere sui padri. Magari il signor Renzo era restato pure comunista. Magari non aveva mai votato per il figlio; e, se anche lo avesse fatto, pazienza. Che riposi in pace.

Mi sono trovata quindi costretta a spiegarmi come mai, leggendo la notizia della sua morte improvvisa, la mia prima reazione è stata quella di mettermi a ridere. Non l'ho trovata una cosa bella, ma non ne ho potuto fare a meno. E' tutta colpa del titolo che Repubblica ha scelto per la notizia, che ha trasformato un avvenimento triste e luttuoso in una specie di filastrocca. I titolisti dei giornali dovrebbero stare attenti alla consistenza fonica di quel che scrivono; il ridicolo è sempre in agguato. Il padre di Bondi è morto nell'orto somiglia un po' troppo a Maramao perché sei morto. Come dire, ad esempio: il padre di Bondi è scomparso sul Carso, oppure il padre di Bondi è decesso al cesso, oppure ancora il padre di Bondi è defunto a Borgunto. Non si può!

Figuriamoci quel che potrebbe accadere, nelle mani del titolista di Repubblica, se venisse a mancare all'improvviso il figlio; cosa scriverebbe? Sandro Bondi è morto nei bassifondi? Sandro Bondi morto con Rotondi?

mercoledì 8 giugno 2011

Meraviglia al ciglio della strada


Alla fantascienza, senz'altro, io e il Sussi (miao) ci siamo avvicinati tardi. Meglio tardi che mai, per leggere simili meraviglie sull'animo umano. Spasiba, brat'ja Strugatski.

domenica 5 giugno 2011

Thank you, rain bomb!


Così tu impari a avere dubbi sui referendum sull'acqua!

mercoledì 18 maggio 2011

Caro "Niccolò Cannoni"


Caro "Niccolò Cannoni",

Mi scusi d'abord per il Suo spett.le nome e cognome inserito tra virgolette; il fatto gli è che, come dire, il giornale "La Repubblica" è specializzato nell'inventare personaggi (si veda il famoso caso della lettera del "sig. Poverini", quello che diceva d'essere di sinistra e razzista), e quindi un po' di dubbio è ragionevole; poi, sicuramente, Lei esisterà, abiterà in via S. Giuseppe, sarà uno studente e avrà ventiquattro anni (tutte cose senz'altro invidiabili).

Mi riferisco al reportage fotografico (o fotoracconto) sul "degrado" che Lei avrebbe avuto premura d'inviare, accompagnato da una letterina, non soltanto alla redazione fiorentina de "La Repubblica", ma addirittura anche al signor Sindaco; iniziativa senz'altro lodevole e che testimonia di un Suo innato senso civico, ancor più apprezzabile in un giovane studente di soli 24 anni. E poi dicono delle giovani generazioni! Certo, però, mi lasci dire (e sono molto, ma molto più vecchia di Lei...) che codesto senso civico potrebbe anche riservarlo a cose più meritevoli, e che la Sua iniziativa puzza un pochino, viste specialmente le ben note posizioni del "giornale progressista" a cui Lei si è rivolto. Indi per cui, se me lo consente, vorrei farLe alcune osservazioni.

Innanzitutto, nel "fotoracconto" che Lei ha inviato non si vede, come per magia, nessuna scritta sui muri dovuta ai principali imbrattatori di Firenze, vale a dire i gggggiòvini ribelli non conformi di Casaggì (qui ne ha una piccolissima silloge). Se davvero Lei va in giro a fotografare "degradi" e scritte non può non essersene accorto, dato che i signorini in questione, peraltro suoi coetanei, davvero non si risparmiano. Come per miracolo, però, e a parte qualche abbaiata di un assessore e qualche minaccia di "multa" cui non viene dato alcun seguito, nessuno ne parla mai. Nessuno scrive alla "Repubblica" per denunciare che Firenze è, da alcuni anni, letteralmente riempita e imbrattata di scritte fasciste.

Nel Suo "fotoracconto", invece, di tutto questo non c'è traccia; e la cosa mi rimane abbastanza sospetta. Certo, potrebbe benissimo darsi che Lei, caro "Niccolò Cannoni", abbia fotografato anche tutte quelle belle migliaia di croci celtiche e tutte le spianate di manifesti e manifestini con foibe, sergiramelli, Jünger, italie tricolori eccetera eccetera, che si trovano in ogni parte della città; e che, magari, sia stato proprio il gran giornale progressista, tutto impegnato in una campagna forcaiola contro le realtà sociali fiorentine più scomode e a montare "casi" a base di menzogne e di "raccolte di firme" (vedasi ad esempio Villa Panico), a fare una cernita tra le Sue cyviche fotografie. Ma anche qui, mi permetta, ho qualche ragionevole dubbio, leggendo la Sua letterina.

A Lei, caro "Niccolò Cannoni", non piacerebbe che il primo impatto della fiumana di visitatori non fosse il "degrado", quando il primo degrado di questa città è provocato proprio dal turismo di massa, indiscriminato e portasoldoni. Invece di fotografare le scritte sui muri, vada a fotografare qualche volta le pizze a taglio, i negozi di paccottiglia e i "localini" che hanno trasformato il centro storico di Firenze in una vomitevole Disneyland. Come mai questo non viene mai definito "degrado", mi chiedo?

E mi chiedo ancora parecchie cose. Nella Sua letterina parla ad esempio di scritte e graffiti di dubbia moralità associandole immediatamente agli anarchici. Lei, caro "Niccolò Cannoni", deve essere proprio un bravo giovane, di quelli che piacciono tanto alla Gelmini; il Suo tempo libero dagli impegni studenteschi lo passa a fotografare scritte immorali; tra le quali, noto bene, un posto d'onore lo hanno quelle del Circolo Anarchico di Via dei Conciatori (foto sotto il titolo) e quelle contro i CIE.


Si è mai premurato, caro "Niccolò Cannoni", prima di fare clic con la Sua fotocamerina, di informarsi che cosa ci sia dietro a quelle scritte? Conosce la storia dell'immobile di via dei Conciatori, interamente occupato da una serie di realtà associazionistiche (non soltanto gli anarchici) e sotto costante minaccia di sgombero per far posto a prestigiosi appartamenti? Ha mai sentito parlare di speculazione edilizia, che nel centro storico di Firenze ha colpito senza pietà distruggendo tutto un tessuto economico e sociale? È mai entrato nel Circolo Anarchico per vedere che cosa vi si fa? Quella scritta sopra la porta non è "degrado", è il solo modo che quelle persone hanno per informare di una situazione. Non scrivono alla "Repubblica" e a un sindaco superstar. Lo sa, caro "Niccolò Cannoni", che cos'è un CIE? La sua morale preoccupazione riguarda le scritte sui muri, e non degli autentici lager che un ministro vorrebbe impiantare anche in Toscana? E i manifesti rivolti agli stranieri affinché boicottino l'Italia? Le piacciono così tanto, questa "Italia" carogna, ipocrita e cialtrona, e questi stranieri a comitive di obesi e di ragazzotti cui di Firenze non importa niente? Mi dice, in definitiva, che cosa si crede di fare con questa Sua iniziativa, a parte contribuire alle campagne e campagnette di chi vorrebbe sí tutto lindo e pulito, di quel lindore e di quella pulizia proprio delle cose morte?

La prossima volta che scenderà per le strade munito di fotocamera digitale, magari ci pensi un attimo prima di mettersi al servizio di chi vorrebbe trasformare quel che resta di Firenze in una vetrina senz'anima e, soprattutto, senza persone che non ci stanno. Le scritte, volendo, possono essere sempre cancellate; le persone no. Le stanno cancellando, le persone, a colpi di sgomberi, di arresti, di repressione indiscriminata, di securitarismo. L'unico modo che rimane per esprimersi liberamente è quello di scriverlo su un muro. Mi piacerebbe, mi creda (e a patto che Lei esista veramente, cosa che mi auguro!), che la sua moralità e il suo civismo non si fermassero alle apparenze comode soltanto per le mani pelose che i padroni hanno sulla città, e che Lei, caro "Niccolò Cannoni", non si rendesse un loro diligente, ancorché inutile, servo.

lunedì 9 maggio 2011

Hunger Striker


Pampalea riceve per mail e volentieri pubblica:

CasaPound Italia: Nessun diritto di usare il nome
o l’immagine di Bobby Sands
Comunicato integrale firmato da Danny Morrison a nome del Bobby Sands Trust

Poche settimane fa, abbiamo ricevuto un numero di email in relazione ad un’organizzazione italiana, CasaPound Italia, la quale intendeva fare o aveva già dato il via ad un commercializzazione utilizzando il nome di Bobby Sands. Inizialmente, abbiamo deciso di fare alcuna dichiarazione pubblica in modo da non dare al gruppo un ulteriore pubblicità. Tuttavia, ora sentiamo il bisogno di far capire al popolo italiano che mai questa organizzazione ha contattato la Trust per richiedere il permesso di utilizzare il nome o l’immagine di Bobby Sands e che se si fossero messi in contatto con noi, il permesso non sarebbe stato concesso. Questo gruppo non ha alcun diritto di sfruttare l’immagine degli Hunger Strikers repubblicani irlandesi che si sono opposti all’oppressione e hanno combattuto per la libertà delle persone e ci rivolgiamo a CasaPound Italia per fermare tali abusi dei patrioti irlandesi. Mentre si avvicina il 30 ° anniversario dello sciopero della fame del 1981, incoraggiamo tutti i gruppi e le organizzazioni internazionali che rispecchiano fedelmente i principi e l’integrità degli scioperi della fame e la loro causa.

Danny Morrison, Segretario, Bobby Sands Trust

CasaPound Italia: No right to use the name or image of Bobby Sands (An Phoblacht)

Danny Morrison has issued a statement on behalf of the Bobby Sands Trust condemning an Italian group for misappropriating the name and image of Bobby Sands in a bid to garner credibility and support.

Danny Morrison said:

A few weeks ago, we received a number of emails in relation to an Italian organisation, CasaPound Italia, reporting that it planned to or had already merchandised in the name of Bobby Sands. Initially, we decided to make no public statement in order not to give the group any further publicity. However, we now feel that we need to make it clear to the Italian people that this organisation never contacted the Trust for permission to use Bobby Sands’ name or image and that had they contacted us they would not have been granted permission. This group has no right to exploit the imagery of Irish republican hunger strikers who opposed oppression and fought for the freedom of people and we call upon CasaPound Italia to stop such misuse of Irish patriots. As we approach the 30th anniversary of the 1981 Hunger Strike, we encourage all groups and organisations internationally who faithfully reflect the principles and integrity of the Hunger Strikers and their cause.

Danny Morrison, Secretary, Bobby Sands Trust

Nella foto: Achille Totaro, uno grasso di Scandicci, impegnato in un eroico sciopero della fame.
The above pic shows Achille Totaro, a fat guy from Scandicci, heroically committed in a hunger strike.

domenica 8 maggio 2011

L'attesa è terminata


Dal 1908, una famosa poesia di Konstandinos Kavafis ci ammorba la vita. Si chiama Περιμένοντας τους βαρβάρους in lingua originale, e qui la trovate in italiano nella classica traduzione di un defunto e valente ellenista, Filippo Maria Pontani, che però, nella pagina linkata, è stato messo in bicicletta e trasformato in "Pantani". Nulla di cui indignarsi; da che mondo è mondo, i ciclisti sono più popolari dei grecisti e non credo che ci sia nulla da fare al riguardo. Il nuovo, poi, caccia sempre via l'antico. Quando abitavo a Livorno assieme all'amico Sussi, mi ricordo che una via (vicino al porto) intitolata allo statista Vittorio Emanuele Orlando veniva comunemente chiamata "via Silvio Orlando", con buona pace del bravo attore che, essendo ancora vivo e vegeto, forse si sarebbe toccato un po' le parti intime se lo avesse saputo.

Dicevo però che la poesia di Kavafis ci ammorba la vita. Non è, poveraccia, colpa sua; anzi, è una poesia assolutamente splendida, uno dei capolavori in lingua neoellenica (anche se il greco di Kavafis, alessandrino, è assai particolare). Il problema sono i suoi citatori, perché è diventata una sorta di passepartout utilizzato da chiunque quando intende dire qualcosa di "intelligente"; e, allora, si va da Vittorio Sgarbi in televisione agli impiegati statali anarchici, da Gigi Marzullo all'articolista di Vanity Fair, dal blogger fustigatore al professore che fa il predicozzo in classe. In linea di massima, credo che sia seconda, quanto a citazioni, solo alla mortifera If di Rudyard Kipling, bel tomo di colonialista che intendeva pure dare le lezioni di vita.

Che cosa dice, però, questa famosa poesia kavafiana? In estrema sintesi: l'Impero sta per crollare e i barbari sono alle porte. Tutti li stanno aspettando al tempo stesso trepidanti e indolenti, in pompa magna: perché i senatori dovrebbero legiferare, quando fra poco lo faranno i barbari? E l'Imperatore perché dovrebbe darsi pena di resistere, come esigerebbe la sua altissima dignità? Anzi, ha già preparato pergamene e titoli da offrire ai barbari. E i retori, perché dovrebbero esercitare la loro arte (quella che Ambrose Bierce, nel Dizionario del Diavolo, definì "Congiura tra pensiero e azione ai danni delle facoltà intellettive, una forma di tirannide in parte temperata dalla stenografia") quando si sa benissimo che i barbari, dato che sono barbari, la sdegnano come inutile? Ma passano le ore, e i barbari giocano un tiro mancino: non arrivano affatto. Se la vedano i civili, i rappresentanti della superiore cultura, e affoghino nella loro merda; facciano senza di loro. Perché i barbari sono sempre una soluzione; servono a sentirsi più elevati quando fa comodo, servono sovente da carne da macello, e quando una civiltà si spegne si trasformano però in estremo soccorso. Per questo ho sempre rifiutato categoricamente l'espressione invasioni barbariche, anche se adesso si preferisce dire islamiche a cura di servi che, oltretutto, non hanno neppure la ieraticità (seppur vuota, esteriore) degli antichi senatori o di un Imperatore.

Ma, come si vede dalla foto in alto, scattata oggi pomeriggio in una piazza di Firenze, l'attesa sembra essere terminata. Non solo. Ai barbari, finalmente, viene riconosciuta un'estetica (L'estetica barbara, giustappunto). È un passo importante che viene finalmente sancito; e non mi si venga a dire che si tratta di un semplice centro benessere, beauty farm o come oggi si chiamano queste cose in una lingua assolutamente barbarica. Nell'insegna, "barbara" è infatti scritto con l'iniziale minuscola e si tratta quindi di un normale aggettivo qualficativo al femminile singolare; se si fosse trattato della signora o signorina titolare del negozio, le regole del nostro superiore idioma, faro di civiltà e di bellezza, avrebbero imposto l'iniziale maiuscola. Oltre il bandone chiuso per la festività domenicale, quindi, si sta elaborando un'estetica che tenga conto dei barbari, infine arrivati; e che, contrariamente a quanto scritto da Kavafis, i barbari si occuperanno eccome di fare le leggi, di stabilire nuovi princìpi, e in pratica di dare l'avvio ad una nuova civiltà. Com'è sempre accaduto, dato che nessuna civiltà è pura bensì il frutto di commistioni. È un processo ineluttabile. Si verrà a creare, ovviamente, anche una nuova estetica; i barbari apprenderanno dell'esistenza di Baumgarten, di Diderot, di Plotino e di Kant e provvederanno a shakerare il tutto con il loro pensiero; perché un pensiero, sembra incredibile ma è così, lo hanno pure loro. A volte sanno persino già meglio di noi chi fossero Diderot, Plotino e Kant, mentre la nostra civiltà immortalmente morente preferisce sapere chi siano Pato, Gilardino e Pazzini.

Ben venga, l'estetica barbara. Probabilmente, uno di questi giorni, quando vedrò il bandone alzato, andrò a dare un'occhiata là dentro. Già mi pregusto un laboratorio di pensiero, uno scriptorium instancabile, e una babele di idiomi sconosciuti e bellissimi al posto di quello di Pippa Middleton. Non accetto altre ipotesi; che non mi si prospetti l'idea di vedere signore intente a farsi imbellettare secondo canoni estetici ripresi da qualche rotocalco, oppure una titolare talmente stolta da aver dato un nome del genere ad un negozio dove si dovrebbe appiccicare patine di bellezza a volti distrutti dalla schiavitù del quotidiano sgobbo.

sabato 30 aprile 2011

Il Berluschino


Oramail il signore che vedete qui nella foto, podestà di questa città, ha assunto perfettamente anche il linguaggio di Silvio Berlusconi; la visitina che gli ha fatto a casa deve averlo davvero colpito nel profondo, qualcosa che gli deve aver schiuso un mondo che, del resto e miliardi a parte, era ampiamente prevedibile. Dalle prossime elezioni (ma elezioni d'icchéne...?!?) la "destra" cittadina può tranquillamente darsi alle gite di piacere al mare o ai monti; comunque vada, questa città sarà amministrata dalla vera "destra moderna", mediatica, accattivante e totalmente superficiale e vuota. La trasformazione naturale, previa rottamazione, del cosiddetto "Partito Democratico".

Qualche giorno fa, Matteo Renzi ha fatto distribuire, allegandolo ad una rivista cittadina distribuita gratuitamente in tutti i quartieri, il classico ed elegante opuscoletto glorificatore della propria amministrazione; ai primi due punti, lo sgombero forzato del Mercatino Etnico e quello dell'ex ospedale pediatrico Mayer. Il tutto, naturalmente, condito con le consuete ciance a base di "integrazione senza assistenzialismo"; come dire, il buon giorno si vede davvero dal mattino. Ma è in questi giorni che sta veramente esprimendosi al massimo delle sue possibilità, che ha finalmente raggiunto la propria maturità di Berluschino. Un fuoco di fila: dichiarazioni forcaiole che comunque non spetterebbero al sindaco di una città non coinvolta nei fatti, invettive antisindacali, inviti ai principini.

Avete presente il famoso e atavico luogo comune, quello secondo cui i sindacati hanno rovinato l'Italia? Roba da bar, mi direte; chi non lo ha mai sentito almeno una volta dall'omino al bar mentre sbrodola la brioscia nel cappuccino? Ecco, ora leggete le dichiarazioni di Renzi: sembra quasi di sentirlo già presidente del consiglio, mentre sotto il pataccone governativo American style ripete: "Io sono stato eletto dagl'italiani!"; tutto questo mentre compar Sacconi gli tiene bordone, e Sacconi sapete tutti chi è.

Ma, naturalmente, per un borgomastro così mediatico, non poteva mancare l'invito a quei due che si sono sposati ieri a Londra; del resto, già da giorni gli strabilianti quotidiani cittadini hanno raccontato tutto dei profondi & esclusivi studij che la signorina Middleton ha compiuto in questa città. Confesso che, in questi giorni, mi è venuto quasi quasi da dar ragione almeno per una volta a un altro cavaliere di qualche anno fa, quando diceva Iddio stramaledica gli inglesi. Ci mancavano pure i principini di merda, nel loro breve viaggetto di nozze che durerà un paio d'anni; si tenessero rigorosamente alla larga da questa città. Un loro connazionale degno del massimo rispetto scrisse che saremmo fatti per marciare sulla testa dei re; e invece, attualmente, i re marciano tranquillamente su circa un miliardo di teste di cazzo.

Questa città ha avuto come sindaci: Mario Fabiani, Giorgio La Pira, Piero Bargellini, Elio Gabbuggiani. Mi piglia da miagolare molto amaro a tale pensiero. Rappresentati da un nulla imbellettante, arrogante, salottiero, vuoto. Ma verrà qui' giorno che se ne andranno tutti quanti a calci nel didietro, e ringrazino anche se saranno soltanto quelli e senza pigliarsi cento punti sì, ma di sutura.

martedì 19 aprile 2011

Intitoliamo una via a Gentile!


In questi giorni, il piddielle di questa città (assieme ai gggggiòvani di Sottoscalaggì, alla "Nazione" e allo storico di destra Arrigo Petacco -che alla stessa "Nazione" ha rilasciato un'intervista delirante) è stato impegnato in una questione assolutamente fondamentale: l'intitolazione di una via cittadina a Gentile. Anche io, nella mia pur modesta blackcatness, vorrei aderire a tale campagna; tanto più che c'è soltanto l'imbarazzo della scelta. La via, infatti, potrebbe essere intitolata a:

a) Claudio Gentile (nella foto in alto). Roccioso difensore nato nel 1953 a Tripoli (Libia), il che lo collega possentemente anche alla più scottante attualità. Il prestigioso quotidiano inglese The Times (come ben si sa, ogni periodico inglese è prestigioso a prescindere, e vi sono persino giornalini scolastici che nascono già prestigiosi), in una sua importantissima graduatoria lo ha inserito tra i dieci difensori di pallone più cattivi e rudi di tutti i tempi. Ha giocato a lungo nella Juventus, ma poi si è pentito militando anche nella Fiorentina e sfiorando con essa la conquista di uno scudetto nel 1982. Poiché ancora, in questa città, non esiste una strada dedicata a un giocatore Viola, si potrebbe letteralmente prendere due piccioni con una fava.


b) Giuseppe Gentile. Nato a Roma nel 1943, è stato il principe dei triplisti italiani. Ha migliorato svariate volte il primato italiano della specialità, partecipando a ben 33 gare con la nazionale italiana di atletica leggera dal 1966 al 1972. Le giornate "clou" della sua carriera agonistica sono state il 16 e il 17 ottobre 1968, quando migliorò per ben due volte il record mondiale del salto triplo nell'emozionante gara delle Olimpiadi di Città del Messico (quelle cominciate con il record mondiale di studenti massacrati in Piazza delle Tre Culture, la "strage di Tlatelolco" nella quale rimase ferita anche Oriana Fallaci). Nonostante questo, Gentile vinse soltanto la medaglia di bronzo, superato dal brasiliano Nelson Prudêncio e dal grande sovietico Viktor Saneev. Per completare, fu anche primatista italiano di salto in lungo. In seguito, il regista e scrittore Pier Paolo Pasolini, dopo aver visto la sua faccia in fotografia, lo scelse per interpretare il ruolo di Giasone nella sua Medea, accanto a Εἰρήνη Παππᾶ (più nota come Irene Papas). Come dire: la medaglia d'oro no, ma il vello d'oro sí. Intitolare una via ad un poliedrico personaggio del genere sarebbe doveroso, con l'accorgimento di pedonalizzarla sin dall'inizio e con l'ovvio obbligo per i pedoni di percorrerla a balzelloni.

c) Ace Gentile. In un'epoca come la nostra, sarebbe ora di intitolare finalmente una strada ad un sano e onesto prodotto che ha semplificato la vita a migliaia di persone: la candeggina Ace Gentile (pulito profondo e colori protetti). Nel 150° anniversario dell'unitadditàglia, come non ricordare la simpatica nonna della pubblicità?


Per di più, intitolare una via alla candeggina Ace Gentile implicherebbe an sich connotazioni di pulizia estrema: un antidoto efficace contro i' degrado (ed è anche biodegradabile).

Insomma, come si può vedere, già tre possibilità più che condivisibili e praticabili; e non mi si venga a dire che ci sarebbe il bisogno di intolare una via a un "filosofo" quando, nella nostra città, non esiste neppure una via Platone, una piazza Immanuel Kant e neppure un vicolo Baruch Spinoza. A questo punto, molto meglio i triplisti e le candeggine!

lunedì 18 aprile 2011

Poi la sera, magari...


...qualcuno degli spettabili Otto di Guardia e di Balia diceva all'altrettanto spettabile signora di uscire a fare un giro di ronda, e casualmente entrava in un portone nella via attigua a Via di Pepe (attualmente via de' Pepi, accanto a Santa Croce)... Del resto si sa come andavano le cose allora, ma sono naturalmente cose d'un lontano passato...

giovedì 14 aprile 2011

Gravissimo attentato frutto dell'odio


Gli avranno tirato una belpietra...?

Nella chiarissima foto, da "Repubblica", la vetrina della sede del PdL fiorentino fatta oggetto del gravissimo attentato "frutto dell'odio contro il premier". Dalla foto si evincono i gravissimi danni riportati dalla struttura.

martedì 12 aprile 2011

I' papa


No so esattamente, cari amici e care amiche di pelo e non pelo, come consideriate questo blog; a dire il vero non me ne importa nemmeno granché, e comunque se ne riparlerà quando troverete un'altra gatta nera che ne tiene uno. Oggi, peraltro, sono in vena poetica; all'amico Sussi è tornata in mente una vecchia cosa che gli aveva raccontato la sua ex moglie (ebbene sí, è stato pure sposato; io proprio questi umani non li capisco...). Dovete sapere che il Sussi in questione, pochi giorni fa, ha avuto una recrudescenza della sua vecchia allergia, uimmèna, ai gatti siamesi; sconsolato per la cosa, e dopo aver fatto una crisi asmatica che c'è voluto l'intervento del 118 presso una farmacia dove si era recato e dove stava pressoché agonizzando, conversava amabilmente con la sottoscritta e, naturalmente, io gli domandavo come stesse (minacciandolo però velatamente di non azzardarsi a farsi pigliare un'allergia alla qui presente); e mi rispondeva, fortunatamente, di stare bene, anzi come un papa. Al che mi ha detto: "O Pampa, ma che te l'ho mai detta la poesia di' papa?" Scrutando la mia aria interrogativa, mi ha spiegato: "Secondo me è il capolavoro della poesia moderna in lingua italiana. Macché Quasimodo, macché Ungaretti, macché Montale! Un autentico masterpiece spontaneo, inarrivabile vetta del verseggiare sciolto, ermetismo che neanche Ermete, cattura de' più secreti moti dell'animo che infuturano la felicità nell'io assente della Weltanschauung d'un giovane spirito interrogantesi sul proprio stream of consciousness in una radïosa mattinata d'emozioni metacrilate al cadmio!"

Al che gli ho tirato un graffio, ma di quelli sodi.

Ripresosi, e messosi un cerotto, ha continuato: "Insomma, la mia ex moglie mi disse che l'aveva scritta e declamata un suo compagno di classe, al liceo Giosuè Pascoli di Siena (o forse era l'Ugo Leopardi, non ricordo), e mi spiace che la Gran Rete non ne serbi memoria. La vorresti urbanamente mettere sul tuo blog? S'intitola I' papa.

Potevo dirgli di no? Ed eccovi quindi questo capolavoro, da oggi consegnato alla futura memoria e alle spire indistricabili di Google:

Si sta
come un ragno pinolo
sugli alberi
le pigne.

mercoledì 6 aprile 2011

Il padrone ordina, "Repubblica" ubbidisce



Quando il padrone ordina, in questa città, può star sicuro che ci sarà sempre un bel giornaletto prontissimo a ubbidirgli. L'alba e l'aurora; scomparso affogato nei debiti l'E-Paperopolis e non contando la carta da culo come il Nuovo e il Giornale della Toscana, a contendersi il ruolo di fedeli esecutori rimangono la Nazione e Repubblica. Le famose due facce della stessa me(r)daglia: quella, usuale, del degrado, della sihurezza, delle firme de' cittadini e via discorrendo.

Oggi, Repubblica sembra essersi superata. San Salvi fa troppa gola, come la fa Via dei Conciatori. Come la faceva l'immobile di Vicolo del Panico, sede storica del Circolo Anarchico, sgomberato con la forza (e con il relativo processo più condanne) anni fa per far posto all'immancabile complesso prestigioso eccetera eccetera. Il procedimento è quello di sempre: si monta la campagna preordinata, si manda qualcuno a fare fotografie ben studiate, si fa scrivere l'articolone a qualcuno pagato per scriverlo e si invocano sgomberi forzati. Funziona sempre così. Basta leggere, appunto, l'articolo in questione: il paurificio a pieno regime, ma stavolta con accenti grandguignoleschi che passano il livello di guardia. Invocando a gran voce la trasformazione dell'area di San Salvi in villettume residenziale, per la gioia e il tripudio degli speculatori che ci hanno messo da tempo le grinfie sopra, si prepara bene il terreno a base di sporcizia, abbandono, anarchici e quant'altro, condito con le classiche (e sempre anonime) vecchiette aggredite, dosi massicce di Bronx, terrore, polveriere e esasperazione, un tocchettino di sano razzismo (i tre uomini di colore che assistono impassibili alla brutalizzazione della vecchia), persino le lotte sanguinose fra cani e gatti. E pensare che in quel posto ci vado anche in piena notte, senza che mi sia mai successo di sentire altro che silenzio; e pensare che, se Repubblica volesse fotografare ciarpame, basterebbe che andasse in giro per parecchie strade della periferia ben speculata, sconciata, uccisa; oppure che andasse in giro per il centro storico in preda alla paccottiglia più orrenda, al quadrilatero dell'Isolotto dove un'area verde bellissima è in corso di abbattimento per farci un parcheggio, e in decine di altri posti. Ma no, ci mancherebbe altro. Prima bisogna sgomberare gli anarchici, bisogna sbarazzarsi di Villa Panico. Ci avevano del resto già provato, prima intervenendo in forze e affidando alla Nazione la trasmutazione di alcuni chiodi in "pericolosi proiettili", e poi tentando il blitz in un rovente giorno di luglio, respinto montando sul tetto. Inserisci link


L'intento è chiarissimo: si inventano violenze e aggressioni, o si trasformano episodi banalissimi in tragedie greche. Un esempio classico riguarda proprio gli anarchici del Panico; una volta sgomberati dal vicolo del centro da cui prendono il nome, per un certo periodo occuparono un immobile vuoto in piazza Ghiberti, proprio di fronte alla Nazione. Una sera, un diverbio con un vigilante privato con due berci e uno spintone, si trasformò il giorno dopo sulle pagine della Nazione in una vile aggressione dove il vigilante dichiarava di avere rischiato la vita. Così "lavorano" questi ridicoli buffoni, questa massa di servi. Si danno il cambio: se non ci pensa la Nazione di destra, ci pensa Repubblica di "sinistra". Con lo stesso, preciso, identico armamentario. Le raccolte di firme di cui non si sa mai niente, tutto rigorosamente nel vago tranne le perentorie invocazione agli sgomberi di chi fa scomodo, di chi con la sua presenza disturba i giri di affari. Del resto, siamo nella stessa città della "Scuola Marescialli" che ha devastato quel che restava di un'intera pianura, oltre a mettere allo scoperto una serie di troiai speculativi e affaristici da fare ribrezzo. Ma, su questo, Repubblica non invoca nessuna paura, nessun terrore, nessun "Bronx".

Ci vogliono fare le villette basse immerse nel verde, a San Salvi; roba da far ridere i polli. Non per niente il progetto è arenato. Non per niente l'immobile di via dei Conciatori, venduto per 1000 euro a non si sa chi per farci l'ennesimo qualcosa di prestigioso, è pure sotto sgombero (respinto qualche settimana fa con una mobilitazione che ha rimandato a casina loro i vigili urbani; anche stavolta gli è andata male). Non per niente il sindaco del bello, fra una giratina a Arcore e una delle sue mille comparsate televisive, ha messo in vendita pure il CPA (con "aste" regolarmente andate deserte). Ci provano in ogni modo; da quando poi, nelle redazioni dei giornalazzi, hanno scoperto l'esistenza dei punkabbestia, è come piovuta la manna dal cielo. Tira via gli anarchici, che sono abbastanza definibili e poi sono sempre pochi (non saran l'uno per cento ma, credetemi, esistono); ma i punkabbestia sono indefinibili, e ingestibili. Se gli anarchici sono al di fuori, i punkabbestia sono nell'oltre. Francamente, e lo dico con ogni sincerità, non stanno granché simpatici neppure a me; ma quando l'alternativa sono le ruspe per fare le villette basse, la speculazione edilizia travestita da risanamento del "degrado", la svendita e l'eliminazione di ogni spazio libero non appartenente alle logiche del potere e le campagne giornalistiche prezzolate e false come l'oro di Bologna, ben vengano anche loro. Fra gatti e cani si arrangeranno come avviene da millenni (e se lo dico io...). Si denunciano atti vandalici alle auto, quando i primi vandalismi li compiono tutti coloro che entrano nell'area di San Salvi, parcheggiano dovunque impedendo il transito anche alle ambulanze (o bloccandole mentre portano a fare la visita di accompagnamento dei vecchi invalidi per i quali i signorini della commissione ASL dovrebbero spostarsi a domicilio, e che invece non fanno costringendo quei poveracci a stracanate terrificanti e a attese di ore a novant'anni).

Naturalmente, prima o poi, l'agognato sgombero di Villa Panico avverrà; è stata già venduta all'ESTAV, l'ente di "area vasta" che si occupa del rifornimento del materiale sanitario e che potrebbe tranquillamente starsene da qualsiasi altra parte, vista la non eccelsa sollecitudine con cui effettua tali rifornimenti. Naturalmente compaiono come per miracolo le "500 firme" in una zona dove da un po' di tempo sembrano essersi sistemati dei ragazzotti specialisti al riguardo, e nel fare loro sì da cani fedeli quando c'è chiedere sgomberini (sí, mi riferisco proprio ai fulgidi ribelli di Cacaggì). Naturalmente, di codesti firmaioli non si fa manco un nome che sia uno, così come di tutte le aggressioni di cui si ciancia non si è mai avuta notizia (tra l'altro, è indubitabile che, se ci fossero davvero state nelle modalità riportate da Repubblica, lei stessa e la sua compare di piazza Ghiberti non se le sarebbero lasciate sfuggire; invece, casualmente, se ne viene a parlare solo ora).

È perfettamente inutile far finta di opporsi al futuro scempio di San Salvi e alla sua svendita se, poi, nella realtà dei fatti si presta bordone agli stessi che lavorano perché tale svendita avvenga e si sta perfettamente al loro sporco gioco, ben più sporco di una catasta di troiai all'esterno di uno spazio occupato, o di una piccola tendopoli. A San Salvi sta avvenendo quel che avviene dovunque in questa città comandata dai comitati d'affari, dalla massoneria, dal Partito "Democratico" e da un'informazione asservita, carognesca, razzista e bugiarda.

mercoledì 16 marzo 2011

Inno di Casaggì


Da cantarsi sull'aria di "Vendo casa" dei Dik Dik

Non c'è più la foiba, sì,
e non viene più la Meloni,
è arrivata giovedì
una multa per le affissioni

La cucina guarda che cos'è,
e i secchi di colla da lavare
e i' Torse sempre qui
che ripete: “Non lasciarsi andare!”

E la gente intorno a noi
che ci manda sempre a cacare,
ma di strano cosa c'è
stiamo fissi a appiccicare,
e chilometri a camminare

Siamo gggiòvani e ribelli, lo sai
nel Bogsàid non si sta a poltrire,
nessun muro ci resiste oramai
e s'ha tanta colla da smaltire

Un panino una birra e poi
Ernst Jünger da incollare,
nel solvente si fa il bagno tutti noi,
altrimenti un ci si po' staccare,
altrimenti un ci si po' staccare,
altrimenti un ci si po' staccare!


lunedì 7 marzo 2011

Piazza Alberti, 26 marzo: Giornata antifascista in ricordo di cinque ragazzi fucilati.


I martiri del Campo di Marte
22 marzo 1944


I Martiri del Campo di Marte furono cinque giovanissimi accusati di renitenza alla leva nell'esercito della Repubblica Sociale Italiana e fucilati dai soldati della RSI, nei pressi della Torre di Maratona dello Stadio Giovanni Berta, oggi Stadio Artemio Franchi di Firenze.

Condotti a Firenze, furono processati e sette furono condannati a morte. Di questi due furono graziati ed assegnati a reparti operativi; vani furono i tentativi di richiedere clemenza da parte delle famiglie e del cardinale Elia Dalla Costa. Era necessario, per i soldati della RSI, dare un esempio ammonitore per tutti coloro che avevano disertato o avevano l'intenzione di farlo, magari per passare direttamente nelle file partigiane come sempre più spesso succedeva.

La mattina del 22 marzo venivano fucilati:

  • Antonio Raddi, 21 anni, di Vicchio
  • Leandro Corona, 21 anni, di Maracalagonis
  • Ottorino Quiti, 21 anni, di Vicchio
  • Adriano Santoni, 21 anni, di Vicchio
  • Guido Targetti, 21 anni, di Vicchio
I cinque ragazzi furono uccisi davanti alle reclute e ad altri giovani in attesa di processo, per creare sgomento in chiunque dubitasse delle possibilità di ripresa del fascismo. Tre trovarono subito la morte alla prima raffica (Guido Targetti, Antonio Raddi e Adriano Santoni), non così gli ultimi due (Ottorino Quiti e Leandro Corona) che i testimoni videro continuare a dimenarsi nell'agonia urlando « mamma, mamma! », fino al colpo di grazia inferto dal capitano del plotone Ceccaroni con sei colpi di rivoltella. Ma il Quiti, ancora in vita nonostante la spaventosa emorragia per le terribili ferite, continuò a gridare, allora intervenne direttamente il maggiore Mario Carità per porre fine al supplizio. Alcune reclute svennero, dalle file dei testimoni si alzò anche una voce: « vigliacchi perché li uccidete? ». Esponenti del fascismo locale invece espressero soddisfazione per l'evento. La sera il maggiore Guido Loranzi chiese ai suoi soldati: « Beh, ragazzi, vi è piaciuto il cinematografo di stamattina? ». Di fronte a questi eventi e alle ciniche posizioni sostenute, i GAP fiorentini si rifiuteranno di distinguere in alcun modo nella loro rappresaglia tra il fascista qualsiasi e il fascista "di cultura", designando così il filosofo Giovanni Gentile come un obbiettivo simbolico da eliminare, vedendo in lui l'uomo che, posta la propria cultura al servizio di una dubbia ideologia, prima quella fascista nazionale e poi quella fascista repubblicana, lancia ambigui appelli alla pacificazione fra italiani attorno alla figura di Mussolini e avalla la leva militare per la RSI.

Nel luogo della fucilazione è stato eretto un sacrario, in cui si ricordano cinque renitenti ed altri tre partigiani fucilati in zona nel giugno successivo.