mercoledì 30 dicembre 2009

Non-auguri di non-anno da Pampalea



No, non piangere
Lui vagava tranquillo
senza collare,
era libero di andare
e di tornare per la pappa
non era neanche prigioniero
del tuo amore insensato

E comunque neanche tu
avresti voluto che vivesse
come uno stronzo sul divano
lontano dalle piccionaie,
era un avventuriero,
non avresti voluto vederlo legato,
ti avrebbe miagolato: "Morte agli sbirri!"

Il micio è morto,
è cascato dal tetto
è andata così.
È scivolato su chissà cosa
e patatrac,
lo seppelliamo domani, ti giuro,
in una bella scatola da scarpe

Il micio è morto,
ed io e te si va così cosà,
per quale motivo? Perché
ogni volta va così,
perché son sempre i mici
e mai gli uomini a cascare dai tetti?

Era davvero un sacco di pulci,
ancora più libero d'un cane,
non di quei tipi che per una chicca
ti leccano la mano,
ma la libertà, lo vedi,
non è senza pericoli, ed è per questo
che non corre né per le strade, né sui tetti

Era un vero scugnizzo,
il terrore degli uccellini
la notte si appostava
per papparseli belli caldi,
insomma faceva un po' schifo
ma tu hai mai mangiato un passerotto?
Non fa più schifo di un BigMac...

Il micio è morto,
è cascato dal tetto
è andata così.
È scivolato su chissà cosa
e patatrac,
s'andrà domani in un giardino
a seppellirlo ai piedi d'un albero

Il micio è morto
ed io e te si va
così cosà
E come mai? Perché ci si domanda proprio perché
non ci sta mai un papa sui tetti
può darsi che non gli garbi essere troppo vicino al cielo.

Renaud Séchan.

Va donc pas pleurer
Y s'baladait peinard
Il avait pas d'collier
Il était libre d'aller
Et d'rev'nir pour bouffer
Il était même pas prisonnier
De ton amour insensé

T'aurais quand même pas
Voulu qu'y vive comme un con
Sur le canapé
Loin des gouttières des pigeons
C'était un aventurier
T'aurais pas voulu qu'on l'attache
Y t'aurais miaulé: "Mort aux vaches!"

Le petit chat est mort
Il est tombé du toit
C'est comme ça
Il a glissé sur j'sais pas quoi
Et patatras
On l'enterr'ra demain j'te jure
Dans un joli carton à chaussures

Le petit chat est mort
Et toi et moi on va couci-couça
A cause de quoi ? A cause que c'est
Chaque fois comme ça
Pourquoi c'est toujours les p'tits chats
Et jamais les hommes qui tombent des toits?

C'était un vrai sac à puces
Encore plus libre qu'un chien
Pas l'genre pour un su-sucre
A te lécher la main
Mais la liberté tu vois
C'est pas sans danger c'est pour ça
Qu'elle court pas les rues ni les toits

C'était un vrai titi
La terreur des p'tis oiseaux
La nuit y s'faisait gris
Pour les croquer tout chauds
C'est un peu salaud
Mais t'as jamais mangé d'moineau
C'est pas plus dégueu qu'un macdo

Le petit chat est mort
Il est tombé du toit
C'est comme ça
Il a glissé sur j'sais pas quoi
Et patatras
On ira d'main dans un jardin
L'enterrer au pied d'un arbre en bois

Le petit chat est mort
Et toi et moi
on va couci-couça
A cause de quoi ? A cause qu'on s'demande bien pourquoi
T'as jamais un pape sur les toîts
Etre trop près du ciel p't'être qu'y z'aiment pas
.


domenica 27 dicembre 2009

Nataché?!?


Noialtri gatti, sapete, non ci abbiamo bisogno, né mai lo abbiamo avuto, di essere salvati.

In compenso, però, quelli che fanno il tifo per il salvatore ci hanno dato di animali infernali o satanici per un bel po' di tempo. E siccome non era abbastanza, ce ne hanno fatte di tutti i colori. Scannati, bruciati, bolliti, squartati. Però mi dicono che facevano le stesse cose anche ai loro compagni umani, sempre nel nome di quel famoso salvatore. Bel salvatore doveva essere, all'anima!

Quindi non ci abbiamo natali. Nessun gatto soprannaturale. Di questo devono essersene accorti un po' anche gli umani, visto che, quando decidono di bestemmiare il loro dio, ricorrono generalmente al cane. O al maiale. O al boia. Certo che gli devono davvero volere un gran bene, a quel loro onnipotente. Ma rinuncio a capire. Non potrei capire, perché noialtri gatti non abbiamo onnipotenti.

In ogni caso, quand'anche ce lo avessimo, un natale, ci guarderemmo bene dal festeggiarlo in dicembre. Freddo e buio. L'antitesi di quel che siamo. Lo festeggeremmo in giugno o in luglio, nell'emisfero nord; dicembre andrebbe bene solo per quello sud.

Però non ce lo abbiamo, quindi il problema non si pone.

Non ci scambiamo regali; e cosa mai dovremmo regalarci? Non ci sentiamo più buoni perché noialtri ci sentiamo ogni giorno come accidenti ci pare. Non facciamo pranzi in famiglia, al massimo ne approfittiamo per vedere se le vostre famiglie riunite ci ammanniscono qualche cosa di buono durante le loro orge alimentari. Ce n'è qualcuna, ne sono certa, che metterebbe in teglia, bene imburrato, anche Gesù bambino. Al forno, bello croccante.

Non abbiamo nessuna famiglia.

Ogni tanto troviamo un umano che ci spiace un po' di meno, e allora gli entriamo in casa e gli invadiamo il letto.

Poi aspettiamo che quello lì, quel buffo tipo che è nato, fra un tre mesi muoia e poi risorga. Ogni anno. Manco fosse il giorno della marmotta di quel filmino americano. E di nuovo abbuffate; ma andatelo a chiedere a una pecora che cosa ne pensa. Chiedetele se per caso, a dicembre, festeggia la nascita di Gesù pecorino, quando il suo agnellino, in marzo o in aprile, glielo prendono e glielo cucinano.

Ma non avranno di meglio da fare che sterminare il mondo in nome di queste stronzate?

Sembra, purtroppo, di no.



martedì 22 dicembre 2009

Il Donzelli e la somministrazione


Di solito, nei miei post, un miagolìo c'è sempre; epperforza, sono una gatta. Ma stavolta sono tentata dal lasciarmi andare a qualche ringhio canino, ché le lingue le so. Oltretutto il CPA, del quale si parla in questo post, è frequentato da un buon numero di cani i quali, e lo dico a ragion veduta, sono assai più socialmente utili dell'umano rappresentato nella foto. Ebbene sì, sempre lui: l'ineffabile Giovanni Donzelli, consigliere comunale del PDL (abbreviazione di Partito Dei Laureati, ndr), mago delle interpellanze, sposo tradizionalista & sostenitore delle ninfomani, e nemico n° 1 del suddetto CPA. Una vera ossessione, dev'essere per costui il CPA; v'è il forte sospetto che ne berci anche durante il dovere coniugale, altresì detto Foibus Interruptus.

Occhiale inforcato sul capo, abbronzato, aspetto da Colle Bereto semovente o da Isola de' Famosi al Rifrullo; un vero gggiòvane degli anni zero. Come zero, appunto, è generalmente cacato in questa città, a parte qualche volta in cui rimedia delle figure di guano -pardon, di guame- qua e là unite a qualche lecca. Però lui ci ha le interpellanze. Interpella a un ritmo che ricorda da vicino i famosi telegrammi di Saragat; e perlomeno l'80% per cento di tali interpellanze donzelliane riguarda il CPA. Un'ossessione che potrebbe e dovrebbe essere studiata ammodino da uno psicanalista, tanto riporta chiaramente a un rapporto di Lieben-Hasse. Ci tenta in tutti i modi: raccoglie firme, comunica alla stampa e, va da sé, interpella. Pare però che la Settimana Enigmistica si sia ispirata a lui per l'Agente Zero, risultati Zero.

L'ultima interpellanza donzelliana concerne, incredibile dictu, il CPA. Non lo avreste mai detto, eh? Stavolta è in forma di giacchiùs nei confronti dell'assessore Mattei; il quale, essendo evidentemente dotato di un minimo di raziocinio, ha riconosciuto che il CPA, nonostante la continua e becera campagna denigratoria orchestrata dal Donzelli e dagli amichetti suoi di Aziongiovinòtti e di Casaggì (il Centro sociale di destra -ROTFL- noto soprattutto per essere il principale imbrattatore di muri dell'intero territorio comunale), è un patrimonio di questa città, sotto ogni aspetto. E non sarà certamente un caso se, al sabato sera, i ragazzi e le ragazze fanno letteralmente a gomitate per entrarvi, mentre via Maruffi rimane desolatamente tranquilla e vuota. Via Maruffi non sarà mai un problema di ordine pubblico, dato che l'unica cosa di pubblico che ricorda è un cimitero.

L'interpellanza? La solita zuppa. Ricorda come al CPA "siano stati individuati personaggi del mondo dell’antagonismo già arrestati in varie inchieste giudiziarie italiane"; la solita, stantìa strategia fascistellante che consiste nell'associare l'antagonismo al terrorismo. Ma il massimo, questa volta, il Donzelli lo dà con la somministrazione: "Senza contare che nel centro sociale vengono organizzate feste con somministrazione di bevande ed intrattenimento musicale, nonostante l’assenza di qualsiasi tipo di autorizzazione e licenza, che poi vengono perfino pubblicizzate sulla stampa cittadina". Segue la consueta richiesta di sopralluogo in via di Villamagna al n° 27 (ancora non l'ha capito che il CPA è al numero 27A) ai fini di regolarizzare questa illegittima usurpazione.

C'è invece, a questo punto, seriamente da chiedersi che cosa venga quotidianamente somministrato a Giovanni Donzelli. Quale sostanza psicotropa, quale misteriosa pozione, o più semplicemente quale comunissima polverina che tanto gira nei localini trèndi che gli garbano tanto. Eppure i tipini del genere non sono nuovi a clamorosi scivoloni: ce lo ricorda ad esempio un suo certo compagnuccio di partito, tale Prosperini Pierbarbagianni. Quello che si proponeva come flagello dei centri sociali. Vedi, Donzellon de' Donzelloni, cosa succede a flagellare un po' troppo: si fa come i pifferi di montagna, che partirono per sonare e tornarono sonati. La somministrazione. A meno che, con tale termine, il Donzelli non si ripeta in trance: so' ministro...so' ministro...so' ministro...


sabato 19 dicembre 2009

Nuovo scoop di Pampalea: L'Italia adotta la valuta dell'Azerbaigian!


Giornate di freddo polare (MIAOO!) e di scoop, queste: oggi Pampalea, in diretta da casa di Biribissi, è oltremodo lieta e fiera di presentavi la nuova valuta ufficiale della Repubblica Italiana.

Ebbene sì: dopo che il nostro amatissimo premier, Silvio Berlusconi, è stato fatto oggetto di un lancio che -finalmente!- ha sprigionato tutto l'amore esistente in questo paese, la Banca d'Italia ha deciso di abbandonare il bieco euro -il quale riporta alle funeste stagioni di Romano Prodi- e di adottare seduta stante, con cambio alla pari, la valuta dell'Azerbaigian: il Manat.



"A dire il vero", ha precisato il governatore Draghi (nella foto sopra), "avremmo dovuto adottare un ipotetico Duomat per rispettare la realtà dei fatti; ma poiché la creazione di una nuova valuta ad hoc avrebbe comportato troppi problemi, ci siamo risolti all'adozione del già esistente Manat azero, che comunque ricorda a sufficienza l'amorevole mazzata cui il nostro primo ministro è stato sottoposto."

A questo punto non ci resta che augurare a Berlusconi di prendere sempre più Manat; cosa che, certamente, a un miliardario non può fare dispiacere. Così come, altrettanto certamente, non gli avrà fatto dispiacere la duomata. Come si sa, l'odiens vince sempre sull'amorens. Consiglio quindi a tutti di gioire per un Manat azero (e palla al centro).


venerdì 18 dicembre 2009

martedì 15 dicembre 2009

I gatti e gli albanesi


La madre di uno dei miei due amici che mi aiutano nella compilazione di questo miagolante blog, è senz'altro una donna più che brava. Fa benissimo da mangiare (un po' tendente al grasso, d'accordo, ma alla sottoscritta la cosa non dispiace por nada), è affettuosissima con ogni tipo di felino e, in casa sua, la foto del suo vecchio gattone oramai passato tra i più è attaccata a una parete accanto a quella dello scomparso marito. Ha una certa età, come avrete senz'altro capito; quindi, magari, bisogna scusarla e capirla se passa la sua giornata davanti alla televisione (a guardare prevalentemente tutta la peggiore paccottiglia, fra quizzini, forum, telenovele brasiliane e persino, ohimé, La vita in diretta) oppure a ciarlare con le vicine, coetanee e più anziane di lei. Abita da quasi cinquant'anni nello stesso quartiere; quando c'è andata a stare c'erano per davvero ancora i campi (e un blocco di case popolari), e lo ha visto venire su; suo figlio minore, vale a dire proprio il mio amico, è addirittura il primo nato in assoluto dell'intera strada. Un quartiere qualsiasi, magari abbastanza noto in giro per il mondo a causa di un campo di calcio dove dicono si alleni una non meglio precisata Nazionale, abitato da gente qualsiasi e attualmente dalla popolazione decisamente in su con l'età (come, del resto, tutta questa città, che è una delle più "vecchie" del paese).

Un bel giorno sono arrivati però, anche in quel quartiere, gli immigrati. E chi ne aveva mai sentito parlare prima, per esempio, degli albanesi; al massimo qualcuno si ricordava di Sua Maestà Vittorio Emanuele III, per graziadiddìo Imperatore d'Etiopia e d'Albania. Più o meno dei Marziani, insomma; anzi, i Marziani uno se li immagina (verdi, con le antennine, chiazzati, con i dischi volanti) mentre gli Albanesi proprio no. Sono arrivati, si son messi chi a lavorare e chi a spacciare qualche polverina per arrotondare lo stipendio, una volta ne hanno trovati quattro a dormire in una vecchia Uno (detta "La Durruti") abbandonata proprio dal mio amico che nel frattempo era emigrato momentaneamente in Isvìzzera, hanno imparato l'italiano parlandolo in certi casi assai meglio degli italiani, si son portati dietro le famiglie, e hanno fatto altri figli. Nel blocco di case popolari, sui campanelli, si son cominciati a vedere nomi bizzarri (tipo Korçi, Vllazër, Krivokuqi o Shaxhie) al posto dei Pinzauti, dei Degl'Innocenti e dei Pierattini; e, insomma, tutto normale. Dev'essere successa più o meno la stessa cosa quando, che so io, a Nogent-sur-Marne, nei primi anni '30, i Pinzauti, i Degl'Innocenti e i Pierattini hanno sostituito i Dupont, i Durand e i Desmoulines diventando, nel giro di una generazione, Pansotì, Delinosantì e Pierattinì. Oppure a Boston, coi Pinsiutew, i Delinos e i Peterson o roba del genere. Tutt'altro che Marziani. Normalissimi lavoratori, o anche spacciatori. Con due gambe e due braccia. Coi bambini che vanno alle elementari e alle medie davanti alla Coop, mentre la mamma fa la spesa alla Lidl dove si spende di meno. Un giorno faranno gli spaghetti al sugo e quello dopo il tasqebap, quello dopo ancora il tiramisù e quell'altro il kadaif.

Ora, dovete sapere che qualche giorno fa, assieme al mio amico, mi son proprio ritrovata in casa di sua madre; e destino volse che ci fossero pure le sue vicine. Non che mi dispiacesse, dato che mi son beccata da tutte quante una congrua dose di coccole ed anche qualche avanzino che schifo non mi ha fatto; a dire il vero, poi mi sarei fatta anche una dormitina, però il bla bla che risuonava nella cucina raggiungeva picchi Decibel ai limiti del consentito dalla legge. E lo capisco, perché quelle donne, eh, le son tutte un po' sorde e c'è poco da fare; a questo si aggiunga, naturalmente, la tv a tutto volume su non so quale programma di Rete 4, dove a sua volta c'era gente che berciava. Insomma, impossibile dormire. A un certo punto, visto che comunque restavo un'attrazione del tardo pomeriggio (una Pampalea mica la si ha in casa tutti i giorni, perdiana!), si sono messe a ragionar proprio di gatti. Ed è saltata fuori una cosa sorprendente.

"Eh, certo che qui in giro di gatti non se ne vedono più, e prima ce n'erano tanti!", ha esclamato la signora C., una ligure che sta da queste parti da sessant'anni, ma che parla ancora onegliese puro.

"Davvero! O che fine avranno fatto?...", ha domandato la madre del mio amico.

"Io lo so!", ha ribattuto con un'aria tra l'indignato e il compunto la signora M., un donnone normalmente gioviale e dall'eloquio piuttosto forbito. "Se li mangiano tutti gli albanesi!"

Mi si sono, a quel punto, rizzate le orecchie; ed è stato in quel momento che il mio amico mi ha colta con la sua Kodak da Treggia's Blog, mentre sgranavo gli occhi. È la foto che potete vedere all'inizio del post. Gli albanesi che mangiano i gatti ?!?!?

Mentre ero lì, meravigliata assai e anche un po' preoccupata (e vorrei vedere voi, se vi dicessero che gli albanesi mangiano i salernitani, oppure i milanesi, oppure ancora i messicani!), quando la signora M. ha ribadito implacabile: "Me l'ha detto un'amica di mia cugina che sta qui dietro in via *****, ne ha visti due che andavano a caccia di gatti con un sacco!"

Al che si sono scatenati nella cucina quindici minuti buoni di stigmatizzazione andante, per chiamarla così; e questi albanesi che non s'accontentano di rubare e di spacciare, ma pure se magnano li gatti! Al che non ho retto, sono sgattaiolata via e me ne sono andata a fare qualche indagine in giro. Ovviamente, noialtri gatti sappiamo come muoverci, e se per caso, in un dato quartiere, non ci facciamo più vedere troppo in giro per un certo periodo, ci sono i suoi bravi motivi.

Dopo una ventina di minuti, nel giardino di fronte ho trovato una mia vecchia conoscenza, un gattone tigrato di cui non farò naturalmente l'ineffabile, effabile, effanineffabile nome*. Ci siamo messi a miagolare un po', e gli ho chiesto se era vero della storia degli albanesi; e accidenti a me. Fra poco lo facevo stramazzare dal ridere! Quando si è ripreso, è riuscito finalmente a dirmi: "Ma come, Pampa, anche a te hanno raccontato 'sta storiella?" Gli ho detto di sì, e allora mi ha fatto cenno di andargli dietro. E mi ha portata in giro per il quartiere, tra giardinetti segreti, tettoie, garages dismessi, muriccioli e quant'altro. Pieni di gatti. Sembrava il gattatoio universale. "Ehi, ragazzi!", gridava il mio amico tigrato, "vi presento la Pampalea dell'Isolotto! Ultima vittima della bischerata degli albanesi mangiagatti!"; ne è seguita una sghignazzata generale.

"Guarda che qui ci sono gli albanesi, mica i vicentini!", ha esclamato una gattina bianca, delicata e nobiliare assai; un gattaccio nero, ancora più nero di me, ha cominciato a mimare Striscia la Berisha, la vecchia macchietta di Gene Gnocchi e Tullio Solenghi, facendo al contempo, con le zampe anteriori, il gesto di affilare i coltelli.


A un certo punto, un vecchio gatto mezzo spelacchiato, uno che del quartiere deve sapere tutto ma proprio tutto, mi ha presa in disparte tutto serio e grave, come si confà senz'altro alla sua età. E ha cominciato a spiegarmi meglio la cosa.

"Vedi, Pampalea",mi ha detto, "qui una volta si girava tranquilli. C'erano sì le strade più trafficate, ma per il resto erano stradine tranquille dove si poteva zampettare relativamente sicuri di non essere stiacciàti. Ora ci hanno fatto vialoni, rotonde, ci passano tre linee di bùssi, ci sono quelli co' sùvvi, e via discorrendo. In più sui tetti non ci si pòle andare, perché non sono fitti e a noialtri gatti non ci riesce di volare, anche se qualche volta ci si prova lo stesso. E ci credo che non ci vedono più in giro! Pensa che, qualche tempo fa, in questo quartiere c'erano persino i bambini che giocavano per la strada, ma ora non si vedono più nemmeno loro; o che se li mangeranno anche loro, gli albanesi? E 'un so' più nemmeno comunisti! Ah, a proposito, l'hai presente quella gattina bianca che t'ha detto dei vicentini, prima? Devi sapere che da mangiare, e da dormire, glielo dà la famiglia Hoxha, lì di fronte, di Durazzo..."

Rassicurata assai dalla cosa, ho cerimoniosamente salutato tutti quei compagni e quelle compagne di pelo, e me ne sono tornata verso casa della madre del mio amico; s'era fatto tardi, e s'aveva da tornare all'Isolotto. L'ho trovato, il mio amico, già sul portone e ci siamo messi a ragionare. Scuoteva il capo. Scuoteva il capo e rideva un po' amaramente. Mi ha guardata, e mi ha detto:

"Ok, stasera non so che far da cena...dovrò guardare su Internet la ricetta della Pampalea con peperoni come la fanno a Argirocastro...anzi no, a Valona!"

S'è beccato una soffiata. Ma di quelle serie, giuro!

*Thomas Stearns Eliot, Old Possum's Book of Practical Cats, I.

venerdì 11 dicembre 2009

sabato 5 dicembre 2009

L'Oriana ritargata, ovvero Pampalea ruba il mestiere al Treggia's Blog


L'importantissima notizia è stata riportata e messa nel debito risalto su Io non sto con Oriana: ebbene si, dopo lungo tempo in cui deve aver circolato irregolarmente, finalmente alla defunta Oriana Fallaci è stata di nuovo attribuita una targa.

Fin qui la notizia. Ma la qui presente gatta Pampalea, rubando un po' il mestiere al Treggia's Blog, è in grado di produrre un eccezionale scoop: la foto di Oriana Fallaci con la nuova targa. Oddio, "nuova" si fa per dire. Come si può vedere, fra l'altro, la targa attribuitale non è segno di un'eccessiva considerazione; ma tant'è. L'Oriana "campionessa occidentale" dovrà rassegnarsi a circolare eternamente targata Pisa. Pisese per sempre. Ford Transit gloria mundi!

giovedì 3 dicembre 2009

Via del Campo e via del Campuccio


Forse non ve lo immaginereste mai, ma durante i miei miagolanti giri assieme ai miei due amici Sussi e Biribissi ho una vera e propria passione per le lapidi che, in un'antichissima città come questa, sono ovviamente a migliaia. In questo, andare a giro con due amici umani del genere è assolutamente necessario: se uno, infatti, ha costantemente la testa all'insù, l'altro è una specie di esperto - o comunque conoscitore- di ogni lingua e linguaggio esistente. E poiché, molto spesso, le lapidi sono redatte in latino, costui deve regolarmente improvvisarsi traduttore.

Qualche giorno fa, stavamo passeggiando per una via dell'Oltrefiume (lo chiamo così, perché se dicessi il nome del fiume capireste subito in quale città siamo), quando abbiamo visto questa lapide, assai curiosa. In latino, sì, ma con due righe redatte in un bizzarro alfabeto; al mio amico è bastata un'occhiata per sentenziare che era ebraico. "Una cosa assai strana", ha detto, "perché qui siamo ben al di fuori dell'attuale quartiere ebraico, ed anche dal vecchio ghetto abbattuto con il 'risanamento' dei tempi della Capitale". Poi, piano piano, con la traduzione improvvisata, è apparsa chiara la particolare storia di questa lapide, e anche dell'edificio sul quale è sistemata.

Bisogna quindi tornare indietro all'anno del Signore 1627 (MDCXXVII), quando gli allora granduchi di Toscana, la real coppia formata da Ferdinando II de' Medici e Maria Maddalena d'Austria, decisero di istituire un monastero di suore francescane, dedicato a Sant'Elisabetta delle Convertite. Ma non un normale monastero ove le pie donne (ma pie pie pie!) si rinchiudessero in santa preghiera e a lavorar di pizzo, di gale e di trine come ne' beghinaggi delle Fiandre: costoro avevano invece il compito preciso di accogliere ragazze un po' meno pie, che svolgevano, come dire, tutt'altro tipo di lavoro. Per farla breve, il monastero nacque con il proposito di riportare ad una santa vita cristiana le prostitute del quartiere. Le quali non dovevano essere pochine.

Sarà forse facile ironizzare su questa cosa; ma bisogna anche -come diceva stavolta il Biribissi- tenerne conto di un'altra. Queste ragazze, che adempivano ad un compito primario -anzi, meglio, ad un valore, come ben si evince dal comportamento del nostro piìssimo attuale primo ministro tutto famiglia e moralità-, una volta passati gli anni e dopo avere incassato dosi massicce di disprezzo ed emarginazione durante il giorno, nonché di appuntamenti nascosti prezzolati la notte, spesso e volentieri in compagnia degli stessi gentiluomini che col sole le additavano alla pubblica riprovazione, si ritrovavano letteralmente nel baratro. Un'istituzione come quella provvedeva a dar loro un tetto e da mangiare; fermo restando che, dopo una vita passata a soddisfare le luride voglie della gente perbene, per quelle donne un bel po' di castità e di tranquillità non doveva pesare affatto. E neppure ritirarsi un po' da un mondo che era di merda ora come allora.

Ed è questo il senso della lapide, che così recita

FERDINANDVS II MAG(NVS) D(VX) ÆTRUR(IÆ) ET
MARIA MAGDALENA MATER ARCHID(VCIS)
AUST(RIÆ) HVIVS ÆDIFICII OPVS PIO ÆRE
PERFECERV(N)T VT AVRV(M) HOSTIS CASTI
TATIS CVSTOS EVADERET PVDICITIÆ
LAHABETIEL 'ESHU TESER MA'ALET RUMMUTH
RUZNINUNEGER HITESER
AMORE DIVINO INFLAMMATI SERENIS(SIMI)
PRINCIPES NO(ST)RI PRÆBVERE EXEM
PLVM MAGNÆ HONESTATIS CON
TRA MAXIMAM INHONESTATEM
A.D. MDCXXVII


Ovverossia: "Ferdinando II, granduca di Toscana, e Maria Maddalena, madre del Granduca d'Austria, hanno compiuto l'opera pia di costruire quest'edificio, affinché esso, custodendo la castità, serva a far evitare con pudore il nemico rappresentato dall'oro. Hanno agito con gentilezza per amore di Dio, e con gentilezza i nostri Signori sono ascesi alla supremazia. Infiammati dall'amore di Dio, i nostri serenissimi Prìncipi hanno dato un esempio di grande onorabilità contro il più grande dei disonori. Nell'anno del Signore 1627."

Strana cosa, vero? Inattuale. Si preoccupavano persino, questi antichi Principes, che delle prostitute, delle reiette, potessero avere un posto dove vivere il resto della loro vita con un po' di pace. Non è neppure da scartare che qualche membro della real casa, poi poi, si fosse ampiamente servito di qualcuna di loro, quand'erano ancora ne' verdi anni. Curioso, ma nemmeno troppo, che poco più d'un secolo dopo la casata de' Medici si estinguesse nella rovina fisica di Giangastone, una specie di enorme bozzolo di due quintali, bulimico, immobilizzato a letto, impotente e ributtante. Qualcosa che si è perpetuato nella memoria fino al giorno d'oggi: ancora adesso, per definire un ragazzo o un uomo alto, grosso e grasso, si dice in questa città che è un giangastrone. Con una "r" infilatasi là in mezzo, probabilmente per assonanza con il gastro- di "pancia" e del mangiare smodato.

Cose d'altri tempi. Un mondo che non c'è più. Le prostitute, in quel quartiere, ci sono però ancora. Se a qualche campanello si vede il cognome "Rossi", potete star sicuri che si tratta di una qualche ragazza nigeriana, o rumena, o moldava, o di chissà dove, che offre i suoi servigi ai soliti clienti, sovente rispettabili. Senza peraltro che ci sia nemmen più un Granduca o una Granduchessa che offra loro riparo e assistenza.

E così termina questa storia, probabilmente senza costrutto e, più che altro, senza nessuna morale. Una capatina nel passato. E forse anche nell'immaginazione. Del resto, dovete sapere che la strada in cui questa lapide si trova, al numero 45, si chiama via del Campuccio. Vi ricorda niente? A me sì. Mi ricorda un'altra strada dove c'era una graziosa, e dove dal letame nascevano i fiori. Mi ricorda che, forse, potrebbe essere andata a finire là dentro, a pregare Dio per una minestra ed un letto, a sentir messe tridentine e a pensare, chissà, d'avere amato qualcuno, un tempo.






sabato 28 novembre 2009

Piccole, tenere, soavi, imbecilli idiozie quotidiane



Premessa.

In questa città, come in tutte le altre di questo paese, se ne vedono di tutti i colori quanto a parcheggi. Macchine e motorini sui parcheggi riservati ai disabili, doppie, triple e quadruple file, ogni sorta di inciviltà, manovre ai limiti del criminale. Poi c'è pure la famosa, o famigerata Questacittà Parcheggi, una specie di "società" che gestisce l'espropriazione del suolo pubblico con criteri decisamente fantasiosi, e con risultati che -come nel caso che vi sto grazïosamente miagolando adesso- fa ben percepire il ridicolo della cosiddetta cosa pubblica -specialmente quando è privatizzata in tutto o in parte.

Siamo in via Gusciana. Via Gusciana, nonostante l'antico nome, è una strada di recente costituzione, ricavata sul retro delle superstiti mura nella zona tra piazzale di Porta Romana e piazza Tortàsso Quato (l'autore della Gerusalàta Liberemme, ovviamente; a noialtri gatti ci garbano i calambùr). Durante una mia giratina, comportante anche una visita di cortesia a base di ronfate e leccornie presso gli amici di pelo della zona, mi sono imbattuta in questa autentica perla.

Via Gusciana, nonostante l'amena posizione e l'antico nome, ha fondamentalmente una sola funzione: quella di servire da costosissimo (e ben custodito, con tanto di cancelli) parcheggio a pagamento. È munita di uno striminzito marciapiede dove, come è facile immaginare, vengono sistemati abusivamente motorini, scuteroni, scuterini, biciclette ed altri mezzi consimilari: praticamente la normalità, insomma, Ma qui siamo in un parcheggio-mostra, e allora la Questacittà-Parcheggi ha deciso di intervenire per far rispettare la legalità.

Naturalmente, la legalità non conosce sentimentalismi: ignorata ovunque, ed in primis proprio da coloro che dovrebbero farla rispettare (come ad esempio i vigili urbani che passano col rosso e senza sirena, falciando e spedendo all'altro mondo ragazzine diciottenni con il pretesto di identificare una pericolosissima passeggiatrice ucraina), deve essere però inculcata ai bambini o alle bambine fra i 3 e i 5 anni che intralciano il traffico pedonale di via Gusciana con la loro enorme biciclettina di 40 cm. E stia attento il pargoletto contravventore: se non rimuove immediatamente la sua minuscola biciclettina, interviene l'autorità a rimuoverla. Se poi la stessa autorità permette a TIR interi di parcheggiare in quindicesima fila, di circolare a assurdi e asfissianti autobus di diciotto metri, di metterci due secoli a completare sei chilometri di tramvia oppure di bloccare mezza città per far dei rilievi di un insignificante incidentucolo stradale (come è avvenuto due giorni fa al mio amico Sussi in piazza Taddeo Gaddi: un'ora di coda perché i vigilantes se ne stavano a cazzeggiare con una rotella metrica), questo ovviamente non conta.

L'importante è che l'infante rimuova la sua biciclettina da Via Gusciana, con tanto di pomposo avviso e numero di telefono. L'autorità dev'essere inflessibile. Come inflessibile è l'idiozia che promana da queste semplicissime e piccole cose, un'idiozia che ci sta schiacciando.

Post Scriptum. Il medesimo marciapiede di Via Gusciana è occupato, per tutta la sua più che ragguardevole lunghezza, da un numero imprecisato di grossi bidoni per le cartacce, i quali avrebbero potuto benissimo essere sistemati dall'altro lato, quello del parcheggione di lusso. Ovviamente, tali bidoni ostruiscono il passaggio ben più non solo della biciclettina da bambini, ma anche degli altri mezzi a due ruote. Come dire: certi criteri sfuggono decisamente a noialtri gatti, e forse anche a qualche umano dotato di un minimo di raziocinio.

martedì 24 novembre 2009

Jan Palach e la sua via


Sarà forse per le nostre famose sette vite, ma noialtri gatti ci abbiamo quel viziaccio infame che si chiama memoria. Così, quando durante un giro notturno in periferia, mi sono accorta che l'amministrazione comunale di questa città ha dedicato una via a Jan Palach, lo studente praghese di filosofia (ma in realtà era nato a Všetaty) che, il 19 gennaio 1969, si dette fuoco sulla Václavské Namestí per protestare contro l'invasione sovietica della Cecoslovacchia e la conseguente repressione, mi sono posta alcune domande e, soprattutto, immaginata alcuni scenari.


Ma, innanzitutto, un po' di documentazione. Magari si potrebbe credere che mi sia inventata tutto, ed invece eccovi la targa stradale di via Jan Palach; o meglio, di via Iampàlacche, come presumibilmente ne pronunceranno il nome i pochi cittadini, gatti o umani, che si accorgeranno della sua esistenza. Come vedremo meglio in seguito.

Il primo scenario che m'è venuto a mente è la misera fine che il povero studente ha fatto. Il suo gesto ne ha fatto, attualmente, una specie di icona anticomunista ad uso e consumo, tra gli altri, dei peggiori cialtroni che popolano consigli e consiglietti comunali e di quartiere. E non vale ricordare che Jan Palach, comunque si voglia giudicare il suo gesto, non s'era dato fuoco perché dei buzzurri che pigliano quarantamila euro all'anno per non fare una sega dalla mattina alla sera si servissero del suo nome e della sua tragica vicenda per ottenere soddisfazione alle loro rivalse -peraltro ben servite loro dall'amministrazione di "sinistra", forse per dar loro un contentino a buon mercato.

Il secondo scenario è che, fondamentalmente, Jan Palach si è dato fuoco per poi ottenere i McDonald's nella piazza in cui ha compiuto quel gesto; la divisione del suo paese; il liberismo selvaggio; l'adesione alla NATO; la privatizzazione di ogni cosa; e, non ultimo, il cazzo ritto di Topolánek. Sono quindi relativamente certa che, se Jan Palach avesse potuto prevederlo, avrebbe posato la latta di benzina e se ne sarebbe andato a bere una bella birra e a vivere la sua vita di ventenne, anche sotto una dittatura. L'Ottantanove sarebbe arrivato lo stesso, e ci sarebbe stato un quarantenne in più e una canzone di Guccini in meno:



Soprattutto, ci sarebbe stata in meno questa meravigliosa via a lui dedicata. Una grazïosa, ben congegnata, irridente presa per il culo che, non ne dubito, non mancherà di far dire a Jan Palach, ovunque nell'universo si trovi ora: "Io quella strada lì? Oh, ma che vu' m'avehe preso pe' bischero?!? Ma dedicàhela alla maialaccia della vostra mamma!" (mi si scusi lo strettissimo accento praghese di Malá Strána). Guardate infatti, per compiacere ai Donzelli, ai Gandolfo, ai Calì, ai fòibi e alla parcondìcio, cosa hanno escogitato. Una specie di varco sotto un viadotto, in una delle zone più infami e desolate della città; talmente deserta e grama, che è evitata persino dalle puttane (che pure pullulano nella zona):


Insomma, di che chiamarla più a proposito Via della Desolazione, tanto per parafrasare Bob Dylan. Oppure, seguendo il criterio di dare ad una strada un nome che ricordi o metta in risalto qualche sua caratteristica, la si sarebbe potuta chiamare:


a) Via del Parcheggio De' Camion


b) Via della Roulotte Abbandonata


c) Via dell'Aiuola con le Erbacce altre un Metro e Mezzo
(qualcuna anche uno e settantacinque)

Insomma, come dire, bello scherzetto gli hanno giocato all'eroe della libertà contro i' barbaro comunismo tanto caro, e tanto sfruttacchiato, dai cameratucci cittadini. Chissà se ci hanno messo mai piede in questa amena stradina.

Con la speranza che una un po' migliore venga prima o poi dedicata dagli amministratori di questa città antifascista e medaglia d'oro per la Resistenza ad un ragazzo della stessa età di Jan Palach, ma che non ha ottenuto lo stesso (falso) successo mediatico, e nemmeno canzoni dal gran cantautore impegnato. E pensare che compì il suo stesso gesto, per protestare contro la dittatura fascista greca, in una piazza di Genova. Si chiamava Kostas Georgakis.





domenica 22 novembre 2009

Αὐτή ἡ πόλις, ὁ ἐν αὐτῇ κόσμος



Non che questa città, dove giro sempre con occhi attenti (cosa che riesce piuttosto bene a noialtri gatti), sia una specie di paradiso in terra; anche se, almeno a sentire certe testimonianze di miei carissime e carissime compagne e compagni di pelo, da altre parti se la passano decisamente peggio. Non che la quota di umani stronzi, luridi, stupidi, impresentabili, vuoti, inutili pezzi di merda, più o meno grossi, sia maggiore o minore che altrove; le percentuali saranno più o meno le stesse. Ma, qui, c'è qualcosa che sembra resistere. Non saprei nemmeno io dirvi in che cosa consista, esattamente; sarà forse perché, di notte (pòle una gatta non girar di notte?), continuo a vedere imperterrite ronde di gatti, e non di umani vestiti da idioti, con buzze impiegatizie e cervelli all'ammasso.

Poi capita che, durante un giretto pomeridiano in quel centro che, ancora, è toccato poco o punto dal turismo usa-e-getta, sul bianchissimo muro di una stradina che, pensate un po', si chiama Via dei Preti, si trovi una scritta come quella che vedete nelle fotografie. E, allora, qualche sospiro di sollievo in più lo si tira. Senza esagerare, ovviamente. Senza esagerare per niente. Anzi, come se solo il destino avesse messo un bel muro bianco a disposizione proprio in via dei Preti, un destino però almeno un po' coadiuvato dall'antica consuetudine alla beffa, allo sberleffo, alla battuta fulminante. Può darsi che quella scritta sia molto più dovuta a queste ultime cose, che ad un'anarchia (con tanto di "A" cerchiata) che, ad ogni modo, farebbe un gran bene a questo mondo.

Quanto alle scritte sui muri, io diffido delle città linde e pulite dove non se ne vede nemmeno una, e di tutte le amministrazioni che le cancellano, le multano e le puniscono in nome del cosiddetto decoro. Indecorosa è una città i cui abitanti non ricorrono ad ogni forma possibile di espressione. Indecorosa, e anche intimamente sporca. La sporcizia estrema della pulizia anodina, rassicurante, priva di ogni tipo di fantasia e di voglia di pigliare una bomboletta o un pennello, e mettercisi dentro per affermare qualcosa. Attenti alla pulizia e al decoro, perché sono soltanto una delle molteplici facce della repressione.

martedì 17 novembre 2009

Giovanni D'Arco, ovvero I' Donzello di Pennadomo



Su pe' i' viale Milton, Giovanni d'Arco
accendea le fiaccole barcollando,
dieci febbraio, mentre nella piazza
gli berciavan di tutto, a lui e al Torselli al suo fianco.

“Delle foibe sono stanco ormai,
a un pochino di topa tornerei,
a una qualche ninfomane o alla mia sposa in bianco
per nascondere questa mia propensione a' ceffoni ed al pianto.”

“Son parole, le tue, che volevo ascoltare,
Sennò icché tu m'hai sposata a fare,
sempre là a Casaggì tra quintali di beghe,
va a finire che poi io ti pianto, e ti sfai dalle seghe.”

"E chi sei tu?", lui disse, strinacchiandosi al fuoco
“Chi sei tu, il cui sguardo sì possente mi coglie?”
“O bischerooo...! 'E so' la tu' moglie!
E ora tu torni a casa, e tu mi fai anche da cuoco!”

“Sì, ti farò da cuoco, ma aspetta ancora un poco,
ciò da mètte' l'alloro alle foibe, 'iobecco!”
Lei, tacendo, prese un grosso stecco,
una fiaccola, e senza fiatare 'ni dette foco.

E nel profondo del suo cuore rovente
lui prese ad avvolgere Giovanni d'Arco
su i' viale Milton, là davanti alla gente
proprio come Maruffi, e Le Pen approvava dal palco.

E fu dal profondo del suo cuore rovente
che lui prese Giovanni e lo colpì nel segno
e lui capì chiaramente
che su' moglie era stufa, e che lui stava facendo il legno.

(Liberamente tratto da Giovanna d'Arco di Fabrizio De André,
a sua volta traduzione di Joan of Arc di Leonard Cohen)



Miao!

domenica 8 novembre 2009

Uì spic inglisc', ièsse, ovvero Di insegne che insegnano


Anche se si è in giro (anzi, stavolta è meglio dire in piazza) per tutt'altri motivi, noialtri gatti abbiamo sempre gli occhi attenti. In particolare, la sottoscritta nutre una smodata passione (condivisa dall'amico Sussi, quello lungo) per le insegne dei negozi scritte in lingue straniere, particolarmente in inglese.

Essendo questa una cosiddetta città d'arte visitata da milioni e milioni di turisti, che nel centro storico vi siano decine e decine di insegne redatte nella uòrd lènguegg' per attirare lo spennando forestiero può essere anche ben compreso; anche se, personalmente, comprendo un po' meno i due pesi e le due misure. Mi spiegherò meglio. Nella vicina città di Prato, recentemente, un'ordinanza comunale della giunta di centrodestra ha rigorosamente vietato ai commercianti cinesi di apporre ai propri esercizi insegne in lingua cinese, che non sarà la lingua del mondo ma è comunque, per numero di parlanti, la prima in tutto il pianeta. Così facendo, la giunta pratese dà finalmente il suo fattivo contributo alla restaurazione dell'italianità (salutata con grida di giubilo dalla Nazione, come dubitarne!) e, soprattutto, alla soluzione della tremenda crisi che attanaglia Prato. Tremenda crisi che, va detto, con lo storico cambio di giunta sembra come per magia oramai acqua passata; somiglia molto alla spazzatura napoletana. Niente più manifestazioni con tricolori chilometrici, niente più chiusure, niente più niente. Basta mettere a posto quei maledetti cinesi, e la crisi, -puff!- passa all'istante. A partire dalle insegne nella lingua nazionale che deve avere la prevalenza.


In questa città, invece, guai a togliere le insegne in inglese. Sarebbe impensabile. Il turismo, ancorché disordinato, ancorché vera causa di degrado, ancorché fattore decisivio nella distruzione dello storico tessuto commerciale del centro, non può essere toccato. E non si invochino differenze di sorta: anche qui, se le scritte nel centro fossero in cinese, in wolof o in urdu, qualche assessore di sinistra avrebbe già bell'e emesso l'ordinanziella di divieto. Ma siccome sono in inglisc', va tutto bene. Ben vengano anche quelle in giapponese, in tedesco o persino in latino, che fa tanto figo e poi ci ricorda le nostre radici cristiane; ma guai se fossero in rumeno o in arabo. Quelle sono le lingue degli invasori, di coloro che attentano alla nostra civiltà; e poco importa se, in questa città, la vera invasione è condotta a ritmi disneylandiani da orde di comitive, di pizzattaglio, di paccottiglia legalizzata.

Ma so bene, da gatta per natura saggia, che queste mie considerazioni sono una battaglia persa in partenza. E allora non mi resta che divertirmi un po'. Insomma, se proprio queste insegne in inglese ci devono essere senza che nessuno affermi patriotticamente che l'italiano deve avere la prevalenza, almeno che siano corrette. E, invece, guardate un po' la foto che apre questo post. Sembra quasi di sentire il colloquio che l'ha originata:

- O Piera, o come si 'hiama i' negozzietto ora...? Ci vorrebbe una scritta in ingrese, 'iobòno...così arrivano gli amerihani...e poi l'ingrese 'e lo 'hapiscano tutti...

- Oh, 'scorta...visto 'he si fa la roba fattammàno in Toscana (in quanto prodotta a Prato dai cinesi, NDR), sai icchéne...'e si 'hiama "roba fattammàno" in ingrese!...

- Ecco, obbràvo! 'E lo so io 'home si dice...HANDE MADE GIFTS, perché "hande" 'e vogliano dì' le mane!....

E insomma, eccola qua. In barba alla lingua nazionale che pure in questa città è nata. Certo, bisognerebbe tenere conto che, nell'inglese di qualche secolo fa, quella -e finale era la norma; ancora adesso, nelle campagne inglesi, si vedono antiche locande sormontate da un'insegna tipo Ye Olde Inn:


Dovete sapere, come assai didascalicamente mi racconta il Sussi, che quella "-e" finale di olde sarebbe un antico retaggio della declinazione debole degli aggettivi, che era la regola nelle fasi più antiche dell'inglese; così, ad esempio, ancora adesso nello stile solenne si può dire since olden times ("da tempi antichi"; quella -en è addirittura un vestigio del dativo plurale). Ma, come dire, sia io che il mio amico dubitiamo fortemente e ragionevolmente che gli autori dell'insegna hande made siano a conoscenza di queste cose, e che si tratti assai più probabilmente di uno dei comunissimi strafalcioni che si leggono un po' ovunque in questa città così internèscional.

E così, anche se in piazza per tutt'altri motivi, è bene dare un'occhiatina anche alle insegne. Anch'esse possono insegnare un sacco di cose. E raccontarle. Raccontare, per esempio, di come l'artigianato di questa città, quello autentico, quello per cui era celebre in tutto il mondo, sia stato sradicato a partire dall'alluvione del 1966 per essere alfine sostituito, nel 2009, dai negozietti di chincaglierie hande made ad usum Britannorum turistarum atque Americanorum. E quegli artigiani non avevano bisogno di nessuna insegna, né in ingrese e nemmeno in toscano. Lavoravano davanti a tutti, e bastava mettersi a vederli.

venerdì 6 novembre 2009

Mannu libero!


Sì, lo so che questo è un blog di una gatta nera che gira per la città. Ma si dà anche il caso che i due umani che usualmente la accompagnano (Sussi e Biribissi, insomma) siano due militanti antifascisti; ed in tale loro attività pure io mi riconosco in pieno -specificando che noialtri gatti siamo liberi per natura, e quindi siamo le bestie più antifasciste che esistano. Non tutti sanno che il gatto selvaggio che è uno dei simboli dell'anarcosindacalismo è in realtà mio cugino Pampalew Wobbly e che, tuttora, si rifiuta di portare il lutto per Joe Hill e, invece, organizza.

In questo mio blog riporto quindi volentieri questo appello che è stato diffuso oggi da alcune organizzazioni antifasciste e antagoniste cittadine. Lo riprendo dal sito del CPA - Centro Popolare Autogestito Firenze Sud, di cui Mannu è militante.

MANNU LIBERO
SOLIDARIETA' AGLI ANTIFASCISTI PERQUISITI

Stamani le solerti forze di polizia hanno perquisito numerose abitazioni di compagni e compagne appartenenti a centri sociali e non solo. Se questo non bastasse un compagno è stato arrestato adducendo un presunto pericolo di fuga per un viaggio in sud America che avrebbe dovuto fare, e che farà, nel mese di Febbraio.

Le accuse vanno dalla detenzione di presunti esplosivi, ai rapporti di solidarietà internazionale, alle iniziative contro la presenza dei fascisti in città, alle iniziative contro Forza Nuova a Rignano sull'Arno.

Il GIP Pezzuti ha pensato bene di tentare la carta dell'aggravante di terrorismo, utilizzando in maniera piuttosto stravagante quanto previsto dal Decreto Pisanu sulla nuova definizione di terrorismo stesso: Sono considerate con finalità di terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno ad un Paese o ad un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale, nonché le altre condotte definite terroristiche o commesse con finalità di terrorismo da convenzioni o altre norme di diritto internazionale vincolanti per l’Italia”.

Non stiamo qui a leccarci le ferite ma lanciamo da subito quello che deve essere per ognuno di noi una pratica da cui nessuno può “dissociarsi”: la solidarietà

Fuori da ogni richiesta di giustizialismo pensiamo che non sia casuale che in prossimità dell'ennesimo tentativo di svolgere iniziative in città da parte di quei fascisti di Forza Nuova, si vada a colpire proprio chi in questi anni è stato protagonista nell'impedire qualsiasi tipo di agibilità politica a questi loschi figuri.

Nell'ultimo anno magistratura, questura hanno operato in maniera tale da cercare di stroncare nella nostra città ogni tentativo di protagonismo politico, attraverso gli avvisi orali e le perquisizioni agli studenti, convocazioni in questura, fino ad arrivare a quanto è successo oggi.

Un clima davanti al quale, come più volte abbiamo detto e scritto, non si può sottacere.

Particolarmente in questo momento non possiamo pensare e tollerare che qualcuno si possa sentire non coinvolto da quanto sta succedendo.

Che sappia chi di dovere, davanti a quanto venuto alla luce in questi mesi, che non tollereremo nessun atto di vessazione verso il compagno arrestato.

VENERDI 6 NOVEMBRE ORE 17.30

PRESIDIO SOTTO LA PREFETTURA DI FIRENZE IN VIA CAVOUR

SABATO 7 NOVEMBRE ORE 16.00 PIAZZA SAN MARCO

MANIFESTAZIONE PER LA LIBERAZIONE DI MANNU

IN SOLIDARIETA' AI PERQUISITI

CpaFisuD, Cantiere Sociale K100, CSA Next Emerson, Movimento di Lotta per la Casa, Individualità anarchiche fiorentine, Collettivo politico di Scienze Politiche, Assemblea delle Scuole in Lotta.

e 'Εκβλόγγηθι Σεαυτόν Asocial Network

venerdì 30 ottobre 2009

Lo Spaventamicini

Miao.

E questo miao dev'essere inteso come espressione di grande disappunto, sia ben chiaro.

Noialtri gatti abbiamo il diritto di fare i gatti, e di andare in giro dove ci pare. Inoltre, siamo curiosi per natura: figuriamoci se, in costante apprensione come siamo per le macchine degli umani, che ci stiàcciano, sbudèllano, marzàgrano e via discorrendo, mi lasciavo scappare l'occasione per andare a fare un giro in piazza del Duomo pedonalizzata. Mi sono detta: "Una volta tanto che un sindaco ne azzecca una, bisogna proprio che vada a dare un'occhiata nonostante la non breve zampettata che mi aspetta". E così è stato.

Proprio bella, piazza del Duomo senza più automobili, senza puzzolenti autobus stracolmi di gente, senza rumori. Me la stavo, insomma, decisamente godendo. Avevo persino scorto alcuni gatti belli tranquilli, che in quel posto non si vedevano più dal 1907. Una meraviglia. Mi sentivo talmente bene da esser persino pronta a scambiare qualche impressione con un pastore tedesco che gironzolava nelle vicinanze; ma, all'improvviso, l'orrore. È scappato pure il cane.

Il fatto gli è che, da un austero palazzo che sorge su quella piazza, che va sotto il curioso nome di Curia Arcivescovile, è uscito a piedi l'umano che vedete nella foto. Mi si è rizzato il pelo. Ammazza, quant'è brutto!, mi sono detta quando ancora non lo avevo scrutato appieno; una volta ritrovatomelo vicino, si è sfiorata la tragedia. Una mamma gatta che passava con la sua cucciolata di sei micini, proveniente da qualche tetto delle vicinanze, ha dovuto faticare per riagguantare la sua prole che, alla visione di quell'incrocio tra un Godzilla gottoso e un ornitorinco tourettico, era scappata a zampe levate in tutte le direzioni. Non si può. Certi esseri umani dovrebbero stare un po' attenti a circolare liberamente con simili facce. Anch'io, che sono senz'altro, oramai, una gatta navigata (e che Παμπαλαία sarei, altrimenti?), ho provato in me la morsa di Phobos e Deimos.

Mi hanno detto, poi, che quel tizio sarebbe nientepopodimeno che l'Arcivescovo di questa città. Uno che non ci è manco nato, che ce l'hanno spedito a far non si sa cosa; ma che cosa faccia lo si è visto in questi giorni. Piglia dei suoi sottoposti che dimostrano un po' di coraggio e un po' di indipendenza, e li rimuove con il gentile e disinteressato consenso di alcuni servi (come tale Giovanni Pallanti). Li manda a meditare in preghiera, e al loro posto, in un quartiere che ha altro a cui pensare che alle pedonalizzazioni, ci mette un vecchio d'ottantaquattr'anni.

Brutto, sì. Ma di quei brutti che sanno bene cosa significa il loro potere. Che sanno bene come mettere a tacere qualsiasi voce dissonante. Che, probabilmente, non credono neanche in quel loro Crocifisso che appenderebbero anche nell'ultimo cesso pubblico della città. E che non capiscono che la loro Chiesa (così la chiamano), se ancora esiste e se ancora un po' si regge, lo deve proprio a quegli uomini, come Don Santoro, che ancora sono capaci di andare contro. Così facendo, lo Spaventamicini ha firmato un atto di morte. Per la sua Chiesa, però. Muore, ed è già morta, qualsiasi cosa che si riduce ad un vuoto e rigido sistema di dogmi, di rituali, di obbedienze cieche, di poteri. Brutto fuori, e brutto dentro. Un volto che emana viscidume. Un tempo, nelle campagne, esisteva un crudele detto che però aveva una qualche verità: segnato da Dio.

Vada allora, lo Spaventamicini di piazza del Duomo, a farsi un giretto per le sue chiese. Le uniche piene stracolme sono quelle dei Don Santoro, sempre che ne esistano altri. Le altre sono vuote. Neocatecumenalmente desolate. Pochi vecchi biascicanti. Le sfilate di moda per la messa di Natale, e poco più. A nessuno gliene frega più un cazzo, di un Dio senz'anima, senza cuore, senza costrutto; e ben gli sta a chi lo ha inventato. Gliene frega di uno che viene rimosso per avere sposato due persone che si amano; e ce ne frega anche a noialtri gatti.


martedì 27 ottobre 2009

Alcune modest proposals della gatta Pampalea per i prossimi tabelloni pubblicitari sui ponti cittadini


E così, cari amici di pelo e senza pelo, pare che l'Esselunga abbia, stante l'insurrezione di mezza città, deciso di far rimuovere il tabellone pubblicitario sul Ponte Vecchio (che sarebbe dovuto restar là fino al 15 novembre, per poi essere sostituito da un altro di eguali dimensioni), chiedendo addirittura scusa alla popolazione. Ho però come il sospetto che abbiano fatto due conti, quei signori, e temuto un certo qual effetto boomerang sulle vendite di forchette e cucchiaini piuttosto che ravvedersi dello scempio ordito ai danni dello storico ponte.

Chiedendomi come mai, per un restauro da effettuare sul principale e più noto ponte cittadino, patrimonio di tutti ed anche dell'umanità si debba ricorrere alla sponsorizzazione privata a base di inutili oggetti finti-"esclusivi", e non a risorse economiche pubbliche gestite da soprintendenze e soprintendenzine che rompono i coglioni ai privati cittadini abitanti in un palazzo storico anche se devono far cambiare una lampadina, e poi permettono che un ipermercato sconci il Ponte Vecchio, oggi vorrei fare qualche modesta proposta per i futuri massacri di ponti cittadini, visto che questa è la moda e che persino su Palazzo Pitti campeggia da mesi, su un ponteggio mascherato da facciata, un megatabellone con una discinta modellona facciabbischero che fa pubblicità ad una non meglio precisata Amy Gee.

Io, da gattaccia popolana & girellona, propongo che, almeno, sui ponti cittadini si faccia pubblicità a negozi del quartiere. Basta "grande distribuzione". E basta anche con la dittatura dei ponti centrali. Quello che vedete nella foto in alto, ad esempio, è il Ponte a Greve. Se proprio lo si dovesse restaurare (anche perché ci passano sopra seicentomila macchine al giorno su via Pisana), lo si sponsorizzi con un bel tabellone del vicino Salumificio Senese (in via di Ugnano), ché sicuramente le sarcicce e i presciutti che vende sono assai migliori dei cucchiaini Sambonet.


Questo qui sopra, invece, è il Ponte all'Asse, sulla via delle Bagnese. Casomai minacciasse di crollare isolando l'omonimo (e delizioso) borghetto, lo si sponsorizzi con un tabellone fatto in casa della Premiata Falegnameria Pinzauti. Ora, a dire il vero, non so se esista davvero una Premiata Falegnameria Pinzauti; ma lo ritengo piuttosto probabile. Una qualche falegnameria nelle vicinanze esisterà di sicuro, e Pinzauti è un cognome assai diffuso nella zona. E, casomai non esistesse, si fondi all'istante una falegnameria, la si chiami "Pinzauti" (o si trovi un Pinzauti disposto a fare sia pur da prestanome) e si proceda, creando peraltro posti di lavoro.


Quest'altro ponte è il Ponte sul Mugnone. Le piene del Mugnone non sono frequenti, ma quando avvengono sono dei quattro novembre sessantasei neanche tanto in miniatura. Il 30 ottobre 1992 ne avvenne una che, in quattro balletti, trasformò il quartiere limitrofo dello Statuto in un lago (e dire che non era stato toccato dall'alluvione del '66!). Dovesse ripetersi tale calamità e il ponte (anch'esso assai trafficato) fosse minacciato, se ne sponsorizzi il rifacimento e il rafforzamento ricorrendo alla pizzeria dello Spera, luogo deputato al ristoro a buon mercato di generazioni di liceali.


Infine, quello che si vede qua sopra è il Ponte dell'Indiano. Ora, non vorrei dire, ma se tale ponte scricchiolasse, altro che Ponte Vecchio. Qui si manderebbe in tilt un'intera città. Per le future opere di restauro e consolidamento propongo di dare una mano fattiva al Terzo Mondo pubblicizzando liberamente uno dei suoi principali prodotti:


Naturalmente, per tutta la durata del restauro il ponte dovrebbe essere ribattezzato Ponte del Pakistano.

sabato 24 ottobre 2009

Ponte Esselunga, già Ponte Vecchio



Nonostante la bella giornata di sole, e per una gatta il sole è assolutamente necessario, oggi forse avrei preferito non essere uscita, o andare da qualche altra parte invece che nel centro storico. Invece no: ho deciso proprio di andare verso quello che, fino a qualche giorno fa, in tutto il mondo era noto come Ponte Vecchio, e che ora invece sarebbe più opportuno chiamare Ponte Esselunga, dal nome della nota catena di supermercati che se ne è impadronita, piazzandoci sopra -con il pretesto di alcuni lavori che ovviamente dureranno almeno fino al 16 gennaio 2010, data di scadenza della promozione delle posate Sambonet- il gigantesco tabellone pubblicitario che potete osservare nelle disgraziate fotografie prese da uno dei miei inseparabili amici (nella fattispecie, quello lungo).

Mi ricordo, quand'ero ancora gattina, di un bislacco movimento, chiamato "Amici della Bicicletta", il quale riuscì addirittura a spedire ad un'elezione municipale un suo rappresentante in consiglio comunale. Tale movimento, che lottava contro i' degrado del centro storico focalizzandosi correttamente non sui venditori abusivi, bensì sulle orde di turisti di massa, sulle legalissime pizzattaglio & rivendite di paccottiglie e sull'espulsione dei cittadini dal centro a cura di banche, assicurazioni, stylisti eccetera eccetera, aveva adottato uno slogan riportato su migliaia di adesivi e manifesti: Questa città non è Disneyland. Bene. Ora come ora, forse, sarebbe più giusto affiggere degli adesivi e dei manifesti con sopra scritto: Disneyland non è questa città. Dubito infatti (e me lo confermano alcuni amici gatti colà residenti) che a Disneyland si abbia tale ed abnorme cattivo gusto. Il ponte più antico e più noto della città, famoso in tutto il mondo, vero e proprio simbolo di bellezza, trasformato in semplice e terrificante supporto pubblicitario per un supermercato e per le sue promozioncine coi punti.

Vorrei anche felinamente far notare che si tratta dello stesso Ponte dal quale, in nome della salvaguardia da i' degrado, qualche tempo fa un solerte assessore fece rimuovere tutti i cosiddetti "lucchetti dell'amore" che le coppiette avevano attaccato alla grata che protegge la statua di un celebre beccajo, pardon, di un celebre orafo, che vi si trova. Può darsi che sia un'usanza abbastanza imbecille, certamente, o una moda del cavolo corroborata dai romanzetti di Moccia; ma, certamente, i lucchettini non erano poi poi così visibili e "degradanti" come il mostruoso tabellone alla cui installazione il Comune deve avere pur dato l'assenso. Ma si sa bene come funzionano le cose: quando c'è di mezzo il dindino e un bello sponsor di quelli tosti, non c'è più degrado che tenga. E l'Esselunga del tizio che pubblica i pamphlet contro i concorrenti rossi della Coop, la quale -a sua volta- sfratta il centro sociale per costruire l'ipermercato, è senz'altro un ottimo sponsor, coi suoi gioielli.

Dev'essere davvero un triste destino quello che accomuna i Ponti Vecchi di tutto il mondo. Quello di Mostar (Stari Most) fu fatto bombardare e distruggere durante una stupida guerra da un generale croato, il quale ebbe a dichiarare raggelantemente: "Era antico? Lo rifaranno più antico di prima". Anche il Ponte Vecchio che vedete nella foto, oramai trasformato in Ponte Esselunga, o Ponte dei Cucchiai e delle Forchette in finto argento, corse il rischio, nel 1944, di essere fatto saltare in aria dai tedeschi in fuga, che peraltro riservarono lo stesso destino a tutta la zona circostante. Il Ponte si salvò grazie al console tedesco, Gerhard Wolf, come si legge in una lapide fatta affiggere dal Comune circa due anni fa:


Si è salvato, il Ponte, dalla barbarie della guerra; ma non si è salvato da quella dei supermercati. Si è salvato grazie ad un tizio che di cognome faceva Lupo, ed io, gatta, mi trovo senza remore a dover ringraziare un lupo; pensate un po'. Ma dai lupi famelici del mercato e dell'imbecillità no, non si è salvato. Ha resistito anche ad un'alluvione rovinosa, ma all'inondazione dei cucchiaini non ha resistito. E me ne sono tornata verso il mio quartiere di periferia, passando giusto giusto davanti ad uno di quei supermercati, e ripromettendomi di farci una visitina nottetempo assieme ad una congrega di gatti che so io. O stai a vedere che la mattina, quando riaprono, di forchettine e cucchiai ne trovano di meno!