martedì 28 dicembre 2010

Le gatte dei mercantili


Ogni tanto mi ricordo di far parte dell' "Asocial Network"; e così, stasera, assieme all'amico Sussi e al suo 'Εκβλόγγηθι Σεαυτόν mi dedico a un altro amico, il poeta marinaio greco Nikos Kavvadias. Da gatta, e piuttosto marinaia pure, non potevo certamente restare insensibile alla cosa che segue, e che vorrei introdurre con le parole del traduttore, Gian Piero Testa:

"La biblica condanna del lavoro piombò sull'uomo e fregò anche gli animali incolpevoli: poveri asini, cavalli, buoi, cani, dromedari, lama e via dicendo. Uno non pensa, però, che sia toccato anche ai gatti, di lavorare. Eppure venivano reclutati sulle navi, per sfoltire le colonie di topi. Una volta imbarcati non sbarcavano più. A Venezia dovevano esserci per legge, con pena prevista per il capitano inadempiente. Sui mercantili di ferro i gatti contraevano una malattia professionale, riconducibile al pulviscolo rugginoso, che in Grecia si chiama lamarina; e "lamarina" vuol dire "lamiera". Il mal della lamiera, dunque. Non conosco l'equivalente in italiano e mi piacerebbe saperlo. Il poeta neogreco Nikos Kavvadìas (1910 - 1975), che sulle navi trascorse quasi tutta la vita, come mozzo, marinaio e radiotelegrafista, dedicò questa sua toccante poesia alle gatte dei mercantili. A un certo punto impazzivano e dovevano essere pietosamente gettate a mare. Un dei più grandi dolori per i marinai, che adoravano le gatte imbarcate in loro compagnia."

LE GATTE DEI MERCANTILI

I marinai dei mercantili sempre allevano una gatta
e la adorano, senza sapere il perché,
e lei, quando stanchi smontano di guardia,
superba correrà a strofinarsi alle loro gambe.

Le sere, quando il mare picchia forte sulle lamiere,
e, come fosse in guerra, vuol rompere i bulloni
e a prora regna un silenzio greve e tormentoso,
per loro lei è una dolce compagnia di donna.

Sempre le mettono al collo di rame un collarino,
per amuleto contro il brutto mal della lamiera,
ma non riescono mai, peccato !, a preservarla
con questo mezzo dalla morte nera.

Perché già i suoi occhi sono acquosi e elettrizzati
e così contro sua voglia li attira il ferro rugginoso,
e miagola impazzita guardando un punto fisso
e ai marinai reca un pianto cupo e silenzioso.

Un po' prima che muoia un marinaio,
- che in sua vita ha visto le più tremende cose -
carezzandola la guarda negli occhi a un tratto
e subito la getta nell' infuriato mare.

E allora i marinai, cui sì di rado il cuore cede
si rimpiattano a prua e gli si stringe il cuore,
pieni di una strana amarezza che li morde,
come quando perdono una donna calda e cara.

ΟΙ ΓΑΤΕΣ ΤΩΝ ΦΟΡΤΗΓΩΝ

Οι ναυτικοί στα φορτηγά πάντα μια γάτα τρέφουν,
που τη λατρεύουνε, χωρίς να ξέρουν το γιατί,
κι αυτή, σαν απ' τη βάρδια τους σχολάνε κουρασμένοι,
περήφανη στα πόδια τους θα τρέξει να τριφτεί.

Τα βράδια, όταν η θάλασσα χτυπάει τις λαμαρίνες,
και πολεμάει με δύναμη να σπάσει τα καρφιά,
μέσα στης πλώρης τη βαριά σιγή, που βασανίζει,
είναι γι' αυτούς σα μια γλυκιά γυναικεία συντροφιά.

Της έχουν πάντα στο λαιμό μια μπακιρένια γύρα,
για του σιδέρου την κακή αρρώστια φυλαχτό,
χωρίς όμως, αλίμονο, ποτέ να κατορθώνουν
να την φυλάξουν απ' το μαύρο θάνατο μ' αυτό.

Γιατί είναι τ' άγρια τα μάτια της υγρά κι ηλεκτρισμένα
κι έτσι άθελα το σίδερο το μαύρο τα τραβά,
κι ουρλιάζοντας τρελαίνεται σε ένα σημείο κοιτώντας
φέρνοντας δάκρυα σκοτεινά στους ναύτες και βουβά.

Λίγο πριν από το θάνατον από τους ναύτες ένας,
- αυτός όπου είδε πράματα στη ζήση του φριχτά -
χαϊδεύοντας την, μια στιγμή στα μάτια την κοιτάζει
κι ύστερα μες στη θάλασσα την άγρια την πετά.

Και τότε οι ναύτες, που πολύ σπάνια λυγά η καρδιά τους,
πάνε στην πλώρη να κρυφτούν με την καρδιά σφιχτή,
γεμάτοι μια παράξενη πικρία που όλο δαγκώνει,
σαν όταν χάνουνε θερμή γυναίκα αγαπητή.

Che dire? Niente, forse ogni cosa sarebbe fuori luogo. C'è stata, a un certo punto, una musica; un gruppo chiamato "Xembarki" ci ha messo delle note sopra; note che vanno a tutte le sorelle che dalle profondità marine consumano sette, settecento, settecentomila vite.


sabato 25 dicembre 2010

Pampauguri! (Ma non a tutti)


Noialtre gatte, in ispecial modo se nere, siamo selettive assai. Non ho mai capito 'sta mania umana, arrivati alla festa per la nascita di Horus, di fare gli auguri a tutti; a tutti chi, poi? A tutto il mondo? Anche ai peggiori stronzi di questa terra? Gli auguri a degli assassini che prendono una ragazzina di tredici anni, la stuprano e la ammazzano? Gli auguri a Maria Stella Gelmini? Gli auguri a don Lelio Cantini? Gli auguri al Donzelli? Ma per carità! Io, se mi permettete, gli auguri lo fo solo a chi voglio io; che mi vogliano bene o meno, che mi amino o mi detestino, sono comunque gatti e umani che per me significano, o hanno significato qualcosa; a loro vanno i Pampauguri. Gli altri se li facciano fare da chi vogliono.

Però, non posso esimermi in questa felice ricorrenza che si perde nell'antichità egizia, di fare degli auguri speciali a quei solertissimi agenti della DIGOS che, almeno così sembra, leggono assiduamente il Black (Cat) Blog Pampalea. Che emozione vedermi nominata nientepopodimeno che in un'informativa ufficiale e in un verbale! A costoro vanno davvero tutti i miei più sinceri auguri anche per un buon anno nuovo, che li veda finalmente cambiare mestiere (augurandogliene uno, naturalmente, che possa mantenere nell'abbondanza loro e la propria famiglia). Ce ne sono a bizzeffe: idraulico (che rende ricchi!), panettiere, traduttore e interprete (che non rende ricchi, va detto), autista di ambulanze, impiegato all'Ufficio Annona (chissà come dev'essere grossa quell'Anna, la principale), lanciatore di coltelli, parroco, parrucchiere per signora e, va da sé, anche pettinatore di gatti!

martedì 14 dicembre 2010

mercoledì 24 novembre 2010

Cenni di ripresa


Qualche tempo fa, il mio amico Sussi, sul suo blog Asociale, si augurava che Prào chiudesse. Augurio in massima parte soddisfatto, dato che Prào, dopo aver chiuso scientificamente qualsiasi cosa che rassomigliasse ad un minimo di raziocinio e dopo aver lasciato campo libero a tutte le sue cose peggiori (del resto già ampiamente latenti), nel giugno del 2009 ha pensato bene di consegnarsi nelle mani di una gang di seguaci di un noto puttaniere e di razzisti da quattro soldi in camicia verde; il tutto, naturalmente, con il miraggio del cambiamento e di voltare pagina. Il solito mischmasch di degrado, sihurezza, icinesieciannorovinàho, imprenditorialità, oraesiripàrte, praoapraèsi, insegneinitagliàno eccetera.

I risultati li abbiamo sotto mano e sotto gli occhi. Il fumo negli occhi di qualche inutile retàha (ovviamente strombazzatissima dalla Nazione), du' o tre insegne in cinese ricoperte, una città dove scorrazzano liberi fascisti e fascistelli, il solito puttanaio, il degrado sì ma della coscienza civile, la carogneria assurta a modus operandi e un tessuto economico sempre più obsoleto, superato, destinato al fallimento per inconsistenza, miopia e grama boria. Tempo fa, il ministro Maroni parlava del modello Prato; e se questo è il modello, s'ha a andà di nulla. Per sottolineare tutto questo bisognava solo avere la pazienza d'aspettare un po' la ciliegina; la quale s'è venuta a ciliegiare ben bene in questi giorni.

Dopo 63 anni di dominio della sinistra (e che fulgida e immensa sinistra, va detto!), Prào s'era finalmente data i' sindaho 'mprenditore. Oh, pòle forse Prào esse' 'nferiore al paese che la circonda? E che imprenditore: nientepopodimeno che il presidente degli industriali praèsi, nonchè padrone (ma ora non si dice più "padrone": si dice azionista di riferimento) della Sasch, azienda lìde' n'i' campo del nulla, stracci da due soldi però col marchio prestigioso, la sponsorizzazione di Missitàglia, il Saschall, e sàsce di qui e sàsce di là. Il successo meid in Prào (però, sulle pubblicità, c'era sempre scritto "Sasch - Firenze"; sarà mica che il nome di Prato non è considerato tanto attraente nemmeno da un pratese?). Ecco, in questi giorni la Sasch del sindaco Cenni sta miseramente fallendo. 395 posti di lavoro a rischio, e a rischio non per i cinesi, ma per una crisi terrificante che gli amichetti e amiconi di Cenni e dei boyscout della sua giunta non hanno saputo minimamente affrontare, preferendo ingannare, coprirla e attribuirla a dei capri espiatori fomentando razzismo, intolleranza e carogneria (come si è visto bene nel caso delle tre donne cinesi annegate nel sottopasso.)

Cessazione dell'attività. Liquidazione dell'azienda. E non sono cose che accadono da un momento all'altro. Viene quasi da pensare che l'imprenditore di successo si sia voluto mettere al sicuro trovandosi un bel posticino pubblico da sindaco, dove rifugiarsi quando le acque si sarebbero fatte agitate. Un imbroglio in piena regola, consumato con le consuete armi dell'ignoranza, della propaganda, dei media servili; e così Prào continua inesorabilmente a chiudere. Senza finti "cortei", senza geremiadi televisive, senza bandieroni chilometrici e, probabilmente, anche nella crassa indifferenza dei pratesi; tanto 'e un tocca miha a méne. La Nazione che seguita a strombazzare, le aziende che continuano a chiudere come pere marce che cascano a terra, un rapporto con la comunità cinese che oramai è al limite del conflitto e nessun futuro. E, in questo, Prato è sicuramente un modello, o un paradigma. È il modello dell'insipienza, della superbia e del pressappochismo che attanaglia tutta l'Italia. E intanto guardiamoci, sì, questi bei Cenni di ripresa. Di ripresa sì: nel culo.

domenica 21 novembre 2010

Di muri, questurini e croci cèrtihe


Sembra che i solerti tutoridellòrdine abbiano finalmente realizzato un colpo da maestro contro i' ddegrado e pe' la sihurezza. Hanno fermato, così come si evince da un articolo di "Repubblica", due pericolosissimi diciassettenni (magari scampati alle denunce dell' "ex sessantottino" Primerano) che stavano un po' modificando una delle migliaia di scritte sui muri con cui Casaggì, altresì detta Casaquesturì, ha in tutti questi anni imbrattato impunemente tutta quanta la città senza mai ricevere nemmeno un buffetto. Logico che sia: questi fulgidi ribelli non conformi, straprotetti e sempre pronti a frignare come poppanti ogni qual volta sono stati ricondotti al loro naturale ridicolo di bugiardi infami, non hanno altro appiglio in questa città che la compiacenza di certe alte sfere. Privi come sono di qualsiasi incidenza sulla cittadinanza, neppure sulla componente giovanile borghese che sarebbe il loro presunto "bacino di utenza", si barcamenano tra le risibili contraddizioni di un "ribellismo" da avanspettacolo di bassa lega ed un servilismo padronale a tutto tondo che rappresenta in fondo la loro essenza più autentica. Il tutto, si badi bene, tra l'indifferenza generalizzata; l'unico riscontro che hanno sono i balocchi che l'antagonismo vero e proprio esegue su di loro, come divertissement per metterli alla costante berlina cui del resto si premurano quotidianamente di mettersi essi stessi, con le loro manine buone al massimo per seghe abortite.

C'è però una cosa che vorrei dire ai due diciassettenni malauguratamente incappati nei rigori della DIGOS. Ma quale "fuoco a Casaggì", ragazzi. Se proprio dovete farvi fermare dai signori di via Duca d'Aosta, fatelo per qualcosa di più degno e conseguente. Ammettendo e non concedendo che desideriate dar fuoco a qualcosa, concentratevi su qualcosa di esistente: che so io, un cumulo di foglie secche o un bel caminetto. Queste sono cose vere, cui si può dare fuoco certi di vedere delle fiamme. A "Casaggì" non si può dare assolutamente fuoco, per il semplicissimo motivo che non c'è. Ma che vi siete accorti percaso che in via Maruffi, ora, c'è un normalissimo palazzotto (presumibilmente ripulito e disinfettato) e che i ribelli del Bocciaside non si sa nemmeno più dove siano? Mandano avanti il loro insignificante blogghettone, contano su un paio di scaldapoltrone che nessuno caca nemmeno di striscio e, per il resto, vuoto assoluto. "Casaggì" è fallita. La sua "azione" è consistita principalmente in due o tre sparute fiaccolatine di 200 metri lungo il Mugnone, alle quali hanno preso parte 100 grullerelli e 400 poliziotti in assetto antisommossa, e nell'impestare di croci cèrtihe ogni centimetro quadrato di questa città senza che la DIGOS si sia mai scomodata (e ci mancherebbe!). Fine della trasmissione. Ora come ora mi sa che stiano esaurendo anche le scorte di vernice: Casaggì è soltanto un nudo nome, e non ha nessunissima valenza sociale e politica. Strepiti e frigni in nome di un lurido puttaniere; almeno fosse in nome del fascismo. Cari ragazzi, se volete fare antifascismo rivolgetevi altrove. Andare a "modificare" le scritte di Casaquesturì rischiando di incorrere in rischi inutili non serve a niente; a quelle scritte ci penserà il Signor Tempo, dilavandole e riducendole a supporti per le cacate dei piccioni. Il fascismo abita altrove, e non è nemmeno detto che si serva di simboli abusati. Potrebbe anche essere in luoghi impensati, che solo una costante attenzione alle dinamiche sociali ed economiche rivela. "Casaggì" lasciatela perdere: è morta, sepolta, dimenticata.

mercoledì 17 novembre 2010

Pampelba / Παμπέλβα


Poiché il mio amico Sussi è stato per un paio di giorni nella "sua" isola d'Elba e ha scattato qualche foto, in bianco e nero e a colori, mi ha pregata di ospitarle qui dato che il suo blog Asociale è in questi giorni impegnatissimo con certi saggi sulle chiese e sui fascismi. Gli ho risposto che l'avrei fatto più che volentieri, a condizione che il posto d'onore fosse dato a questo meraviglioso compagno di pelo elbano ritratto a Marciana Marina, in "via Ervino Pocar traduttore". Seguono le altre foto che, assecondando il desiderio del loro autore, sono corredate da assai scarne indicazioni. Il titolo del post essendo stato lasciato a mia discrezione, ho deciso per rinverdire una vecchia fissazione isolana: quella di aggiungere "Elba" come suffisso a qualsiasi cosa la riguardasse. Così, ad esempio, una vecchia bibita prodotta in loco si chiamava "Spumelba". Da qui il "Pampelba", che beninteso suona parecchio bene! NB: Tutte le foto sono state scattate il 16 novembre 2010; cliccatele per ingrandirle. Sussi mi ha detto di averle scattate con il preciso intento di considerare l'Elba come un'isola greca; e la cosa fa particolare piacere anche alla sottoscritta, che ha aggiunto la traduzione delle scarne indicazioni in lingua greca.


Seccheto. Spiaggia, scirocco.
Σεγκέτο. Αμμουδιά, σιρόκος.

Fetovaia. Arrivederci.
Φετοβάγια. Εις το επανιδείν.

Ancora Fetovaia. Nessuno.
Φετοβάγια, ακόμη. Κανείς.

Fetovaia. Ensamhet.
Φετοβάγια. Μοναξιά.

Pomonte. Mandarini e 'a Corsica surella.
Πομόντε. Μανταρίνια και η Κόρσικα η αδελφή.

Pomonte. Il monte dietro (Post montem). Scirocco forte.
Πομόντε. Το πίσω βουνό (Post montem). Ισχυρός σιρόκος.

Pomonte. Capre libere.
Πομόντε. Ελεύθερες κατσίκες.

Chiessi.
Γκιέσσι.

Marciana. La cabinovia del Capanne.
Μαρτσιάνα. Το τελεφερίκ του Καπάννε.

Portoferraio. Lapide all'anarchico Pietro Gori.
Πορτοφερράιο. Επιτάφια πλάκα του αναρχιστή Πιέτρο Γκόρι.

Portoferraio. Piazza Pietro Gori.
Πορτοφερράιο. Πλατεία Πιέτρο Γκόρι.

Case di Portoferraio. Vento, luce.
Σπίτια στο Πορτοφερράιο. 'Ανεμος, φως.

Colori.
Χρώματα.

Portoferraio. Fuoco di luce.
Πορτοφερράιο. Φωτιά από φως.

Marina di Campo. Anatre sul molo.
Μαρίνα ντι Κάμπο. Πάπιες στο μόλο.

Marina di Campo. Le Scalinate.
Μαρίνα ντι Κάμπο. Σκαλινάτε.

Marina di Campo. Chiesa di San Gaetano.
Μαρίνα ντι Κάμπο. Εκκλησία 'Αγιου Καïετάνου.

Marina di Campo. Le Case Nuove.
Μαρίνα ντι Κάμπο. Οι Νέοι Οίκοι.

Marina di Campo. Piazzetta Teseo Tesei.
Μαρίνα ντι Κάμπο. Πλατεία Τεζέο Τεζέι.












giovedì 4 novembre 2010

Pampalea sta con Cassano


No, ehm, forse non ci siamo capiti. Vabbè che in questo paese ne accadono di tutti i colori, ma ancora un calciatore che ha una liaison con una gatta nera non s'è proprio visto; insomma, volevo soltanto dire che, nella querelle tra Antonio Cassano e il presidente della Sandoria, il petroliere & banchiere Riccardo Garrone, io sono, e decisamente, dalla parte di Cassano. Come Paolo Villaggio, del resto; e non me ne stupisco. Villaggio ama i gatti, e quindi ama anche Cassano. Non c'è versi. Chi ama i gatti, graffia, ha inventato il dottor Kranz, ha scritto Carlo Martello assieme a De André e gira per i tetti delle città non può stare proprio dalla parte di un vecchio paperone permaloso. Sta dalla parte del genio e della fantasia, ed anche di chi si è ribellato al padre-padrone.

Ora, poiché questo paese di vegliardi bavosi ultimamente fa uno schifo inenarrabile anche nel pallone, uno come Cassano bisognerebbe tenerselo caro. Come un ultimo baluardo. Non bisognerebbe parlare di cassanate, ma del grigiore tecnico e umano che i pedatori italiani hanno in abbondanza. Si parla delle cassanate, e non delle fascistate dei Buffon, degli Abbiati e di tanti altri. Oltretutto, dopo avergli finalmente concesso la patente di "testa a posto" con tanto di giovane moglie e bambino in arrivo, il padre-padrone gli va a rompere i coglioni a casa, con la moglie che ha una gravidanza difficile, per andare a ritirare ciò che Cassano ha giustamente chiamato un premio di merda. D'accordo, prende i miliardi. D'accordo, con quel che guadagna Cassano in un giorno ci camperebbero per mesi diverse persone. D'accordo, non è Maradona; ma è grazie ai Maradona, e un po' anche ai Cassano, che questo "sport" ancora non è del tutto morto. Per questo vogliono toglierli di mezzo.

E ha fatto benissimo, Cassano, ad essere un essere umano a tutto tondo. Un giovane che vuole restare accanto alla moglie che non sta bene. Ha fatto benissimo a mandare in culo il padre-padrone, al di là dei contratti. E il padre-padrone petrolierbanchiere, naturalmente, gliela ha fatta pagare; come nelle vecchie famiglie dove il patriarca cacciava di casa il figlio degenere, per poi magari andare a biascicare ostie in chiesa sulla parabola del figliol prodigo. Bene che quel vecchio di merda se ne sia sentite dire quattro sul muso. Fuori rosa? Ne troverà mille di altre squadre, Cassano. Anche se, personalmente, spero che torni a giocare nella sua Bari. Con sua moglie e suo figlio. E con le sue giocate che a volte fanno alzare in piedi. Chi fa alzare in piedi, attualmente?

La cosa singolare, ma non troppo, è che a Genova intervistano la gente, quelli che fino al giorno prima lo applaudivano spellandosi le mani, e che ora lo ha già rimosso. Il giornalista va dagli operai immigrati albanesi tifosi della Sandoria, e questi danno ragione al padrone. Uno dice: "Se io offendo il mio padrone, questo giustamente mi caccia via". Ha imparato alla svelta, l'albanese operaio, a uniformarsi alla schiavitù. Magari non gli passa nemmeno per la testa, mentre fa quell'ardito paragone, che il padrone potrebbe essere offeso perché ti fa lavorare dodici ore al giorno su un'impalcatura per una miseria. Perché ti tratta come una merda da profitto. Oppure anche perché ci hai una moglie o un figlio che stanno male, e ti tocca andare a fare lo straordinario al sabato o di notte. Cassano, certo, non è un operaio. Ma non è neanche una macchinetta da sfruttare per i premi idioti, e per i capricci o gli impegni presi dal sor padrone. A suo onore, non l'ho mai visto comparire in una pubblicità; ma forse è perché lui fa le cassanate e manda in culo i presidenti.

E così, anche i suoi tifosi, massa di schiavi massificati, gli hanno voltato le spalle. Già magari si augurano che faccia una brutta fine; e, del resto, una brutta fine la hanno fatta spesso proprio coloro che hanno fatto del calcio una magia immortale. Gli irregolari. George Best. Garrincha. Gigi Meroni. Quelli che non ci sono stati. Quelli che hanno urlato sulle scale. I tifosi della Sandoria, in questo momento, mi fanno decisamente schifo. A parte Paolo Villaggio. E forse lo avrebbe difeso e capito anche il genoano De André, così come lo capisce e lo difende una gatta nera di fede Viola, peraltro ben cosciente che i tifosi della sua squadra sono ora tra i più incommensurabilmente imbecilli che si possano immaginare. Anche perché qualcuno dovrebbe andare a dire al dottor Garrone Riccardo, assicurandosi che prima si sia incollato bene la dentiera, che alla fin fine tutti si ricorderanno di Cassano Antonio da Bari Vecchia, e non di lui.

sabato 30 ottobre 2010

Sette anni di galera a chi si oppose alla guerra




Sono anch'io pienamente convinta che alla firma di appelli sia sempre da preferire l'azione diretta. Ma neppure me la sentirei mai di non aderire a questo particolare appello, e per una miriade di motivi. Invito quindi tutti coloro che capitino su questo blog, per una ragione o per l'altra, oppure semplicemente per caso, a dare un'occhiata a quanto segue e eventualmente a sottoscrivere l'appello in questione.

APPELLO - Giustizia ed equità per chi manifestò contro la guerra.

Il 5 novembre 2010 comincerà il processo di appello per i fatti avvenuti oltre dieci anni fa, il 13 maggio 1999, nei pressi del consolato statunitense di Firenze. Quel giorno migliaia di persone parteciparono a una manifestazione contro la guerra in Jugoslavia, che si concluse appunto sotto il consolato. Vi fu un breve concitato contatto fra le forze dell'ordine e i manifestanti, per fortuna senza conseguenze troppo gravi, se non alcuni manifestanti contusi, fra cui una ragazza che dovette essere operata ad un occhio.

Nessuno, sul momento, fu fermato o arrestato, ma in seguito vi furono identificazioni e denunce. Si è arrivati così alle condanne di primo grado, molto pesanti per i 13 imputati: ben sette anni, per le accuse di resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Nel dibattimento si sono confrontate le tesi - molto divergenti – delle forze dell'ordine e dei manifestanti.

Non intendiamo sindacare le procedure legali, né esprimere giudizi tecnico-giuridici sulla sentenza, ma ci pare che le pene inflitte in primo grado e le loro conseguenze sulla vita delle persone imputate, siano del tutto sproporzionate rispetto alla reale portata dei fatti.

Non vi furono, il 13 maggio 1999, reali pericoli per l'ordine pubblico o per l’incolumità delle persone, e non è giusto - in nessun caso – infliggere pene pesanti, in grado di condizionare e stravolgere l'esistenza di una persona, per episodi minimi: perciò esprimiamo la nostra pubblica preoccupazione in vista del processo d'appello, convinti come siamo che la giustizia non possa mai essere sinonimo di vendetta e nemmeno strumento per mandare messaggi "esemplari" a chicchessia.

Seguiremo il processo e invitiamo la cittadinanza a fare altrettanto, perché questa non è una storia che riguarda solo 13 persone imputate, ma un passaggio significativo per la vita cittadina e per il senso di parole e concetti che ci sono cari, come democrazia, giustizia, equità.


*** Primi firmatari: Alessandro Santoro, Comunità delle Piagge | Andrea Calò, consigliere provinciale | Andrea Satta, musicista, Tete de bois | Angela Staude Terzani, scrittrice | Beatrice Montini, Giornalisti contro il razzismo | Carlo Bartoli, giornalista | Catia di Sabato, rappresentante studenti universitari | Chiara Brilli, giornalista | Christian De Vito, ricercatore | Corrado Mauceri, Comitato per la difesa della Costituzione | Cristiano Lucchi, giornalista | Domenico Guarino, giornalista | Emiliano Gucci, scrittore | Enrico Fink, musicista | Enzo Mazzi, Comunità dell'Isolotto | Filippo Zolesi, Sinistra unita e plurale | Folco Terzani, scrittore | Francesca Chiavacci, consigliera comunale | Francesco di Giacomo, musicista Banco del Mutuo Soccorso | Francesco Pardi, senatore | Giuliano Giuliani e Haidi Gaggio Giuliani, genitori di Carlo Giuliani | John Gilbert, Statunitensi contro la guerra | Lisa Clark, Beati i costruttori di pace | Lorenzo Guadagnucci, Comitato verità e giustizia su Genova | Luigi Ciotti, prete | Mauro Banchini, giornalista | Mauro Socini, presidenza Anpi Firenze | Marcello Buiatti, biologo | Marco Vichi, scrittore | Maria Grazia Campus, Comitato bioetica Regione Toscana | Maurizio De Zordo, Lista di cittadinanza perUnaltracittà | Miriam Giovanzana, Terre di mezzo | Moreno Biagioni Rete Antirazzista fiorentina | Ornella De Zordo, consigliera comunale | Paolo Ciampi, giornalista e scrittore | Paolo Solimeno, Giuristi democratici | Petra Magoni, musicista | Pietro Garlatti, rappresentante studenti universitari | Raffaele Palumbo, giornalista | Riccardo Torregiani Comitato fermiamo la guerra Firenze | Sandra Carpilapi, Sinistra unita e plurale | Sandro Targetti, Comitato No Tav | Sandro Veronesi, scrittore | Sara Vegni, Comitato 3 e 32 | Sergio Staino, vignettista | Simona Baldanzi, scrittrice | Ulderico Pesce, attore e regista | Vincenzo Striano, referente associazionismo.


Altri comunicati di solidarietà con gli imputati sono visibili sul sito del CPA - Centro Popolare Autogestito Firenze Sud.

mercoledì 27 ottobre 2010

Policidio


Negli ultimi giorni, questa città è stata scossa da una questione altamente drammatica e combattuta a colpi di Facebook e di servizi telegiornalistici. Ne è nata una querelle (non di Brest, con buonapace del defunto Faßbinder...) che potrebbe definirsi davvero come segno dei tempi; e sono, invero, tempi che riescono al tempo stesso ad essere tragici e comici. Ah, già, dimenticavo: per tutto questo esiste l'aggettivo tragicomico. Pardon.

Riassumo in breve la questione. Il sindaco, o primo cittadino (un giovanotto dalla faccia da mangiatore di Kinder Pinguì, esperto in bellezze e rottamazioni) ha, dalla sua pagina Facebook, attaccato con alcune considerazioni un noto giornalista televisivo, il quale svolge attualmente la mansione di direttore di una cosa chiamata "TG1". Servendosi della sua posizione, il vindice giornalista in questione ha fatto mandare in onda un reportage su questa città, nella quale essa è dipinta a tinte decisamente fosche. Naturalmente, e sottolineo naturalmente, l'argomento principe è il famoso degrado; e poiché prima parlavo di questi tragicomici tempi, debbo altresì dire che l'ossessione (del tutto artificiale, preconfezionata, inculcata) del degrado è uno dei suoi aspetti simultaneamente più tragicomici e pericolosi.

La querelle si è allargata: non soltanto si è avuta la piccata risposta del Sindaco (che ha, senza mezzi termini, accusato il giornalista degradatore di aver degradato la sua professione -opinione peraltro largamente condivisibile), ma la stampa cittadina ed alcuni suoi esponenti politici hanno avuto da dir la loro, ed in termini generalmente non lusinghieri verso il giornalista. Persino un consigliere comunale dell'opposizione si è inalberato, spedendo all'edizione online di un grosso quotidiano un'accorata lettera. Insomma, la si potrebbe chiamare una vera e propria Degradèide: la città degradata, il giornalismo degradato, tonnellate di degrado, overdosi di degrado, accoramenti di degrado, deliri di degrado.

Il problema è che, oramai, 'sto degrado nessuno più sa in che cosa esattamente consista; sta diventando, in pratica, una parola desemantizzata. Il suo uso è divenuto talmente vuoto, irreale e specioso (destino comune alla maggior parte delle parole imposte dal mix di politicantume, gazzettieraggio e culturicchiame à la Zephyrelli) da renderla tanto più vuota di senso, quanto più essa è usata in quantità abnorme. Oramai anche il bambino che si accorge di uno sbaffo di cacca lasciato dal suo compagno nel bagno della scuola, corre immediatamente a urlare: Signor direttore! I bagni del primo piano sono in preda al degrado! Come è successo alla parola cazzo, prima o poi la desemantizzazione si compierà del tutto trasformandola in un pronome interrogativo: cazzo vuoi? non so che cazzo fare. Di quest'andazzo si dirà, un giorno: degrado vuoi? non ho saputo che degrado fare.

Il pericolo estremo della desemantizzazione è la perdita di vista di quel che sia il vero degrado operato congiuntamente da tutti coloro che, ora, si sfidano a plural tenzone dalle loro pagine Facebook, dai loro giornali e telegiornali, dai loro scranni consiliari, dalle loro tanto beneamate istituzioni. E questo non è un degrado desemantizzato. Tutt'altro. Sarebbe anzi, il degrado più facilmente visibile se i cervelli e le coscieenze non fossero oramai poco appetibili optionals, e se la capacità di osservazione critica non fosse da un lato atrofizzata, e dall'altro conculcata e repressa negli scarsi casi in cui ancora viene esplicata con responsabilità.

Per degrado viene attualmente fatta passare tutta una serie di cose contraddistinte però da un minimo comun denominatore: la più vuota esteriorità asservita agli interessi e alle manovre del Padrone. Farò un esempio classico. In questa città è stata montata, da anni oramai, una campagna mediatica e politica sul degrado di un quartiere centrale, San Lorenzo. A sentirli, coi loro giornali, i loro rappresentanti e i loro misteriosi comitati, magari con il decisivo concorso del solito parroco strombazzato (e strombazzante, anche se -almeno si spera-, non nel senso del suo collega don Cantini), tale quartiere centrale dovrebbe essere oramai una specie di inferno in terra: tutta colpa, ovviamente, di kebabbari, abusivi, minimarket pakistani, "microdelinquenza" eccetera. L'intento è chiarissimo: una volta "liberato" il quartiere, uno dei pochi rimasti vivi nel centro storico, via libera alla creazione del salottino. In questa città tutto dovrebbe essere un salottino ad uso dei turisti e dei bottegai pataccari per i quali, a suo tempo, non è stata fatta tanta cagnara quando hanno fatto progressivamente sloggiare tutte le attività artigianali che costituivano la vera ricchezza di questa città. Bottegai pataccari, strade "ripulite" dagli intrusi, razzismo neanche più tanto strisciante, interessi altolocati, riduzione della città a una Disneyland quasi più finta di quella originale. Speculazioni immobiliari, banche e banchette, assicurazioni, affitti improponibili, espulsione degli abitanti; i quali, poveri loro, non di rado si prestano ad una manovra che ricadrà principalmente sulle loro teste. Tutto questo è lo scopo ultimo dei "crociati del degrado". Una cosa, del resto, già ampiamente vista in questa città.


La foto che vedete, risalente a circa il 1885, ritrae l'antico Mercato Vecchio; e dovrei far presente a questo punto che il quartiere di San Lorenzo ospita ancora oggi sia il Mercato Centrale, sia quello delle bancarelle. E gli abusivi, i venditori, i microcriminali e tutto il resto. Esattamente come il Mercato Vecchio, che tra il 1885 e il 1895 fu fatto demolire assieme a tutto il suo quartiere, che era allora il ghetto ebraico. Scomparve quello che era, probabilmente, il nucleo primevo di questa città: i suoi vicoli, le sue piazzette, le sue case, le sue torri, le sue mille botteghe, il suo mercato. Allora come ora, cominciarono coi loro giornali (e La Nazione esisteva già...), le loro campagne, i loro politici; il centro degradato (parole testuali di quell'epoca) doveva essere "ripulito". Alla campagna seguirono gli espropri e le espulsioni; poi seguirono i picconi. Ai picconi, poi, seguì la costruzione del "salotto":


Eccolo qua, in una foto del 1938; e sarebbe bene per tutti andare a fare un giretto sul meraviglioso sito dell'Archivio Storico cittadino, dal quale provengono le foto sopra. Documenti e immagini che raccontano storie e Storia, e che mettono in risalto ciò che è cambiato e ciò che, di solito disperatamente, è rimasto identico. Identica, ad esempio, è rimasta l'esigenza prevaricatrice e distruttrice della classe borghese. Allora sventrava e costruiva orrori come quello sopra, dedicandoli ai suoi re e poi alla Repubblica una volta mutato il vento; oggi non sventra più, ma salottizza. Per il resto, le tattiche e gli scopi sono i medesimi: avere nei centri storici delle classi popolari non è ammesso. Ancor di più oggi, in cui tali classi sono costituite in gran parte da immigrati. Tirano in ballo la tradizione cittadina, battono i loro tamburi, mettono all'opera il loro immondo circuito politico-mediatico trasversale, e distruggono. Spostano. Le classi popolari ghettizzate nelle periferie più lontane, e il centro in balia di banche, turisti, localini più o meno trendy, cazzottatoi per pallonieri, vippame & stilistame, e tutto il resto. Il bello gli è che, poi, fanno pure i piagnistei quando chiude un negozio storico; proprio loro, che da duecento anni a questa parte hanno letteralmente annientato quella che veramente era la storia sociale di questa e di tutte le altre città. Coi loro servi e con la loro polizia.

Il degrado, quello vero, sono loro. Coi loro decori di cartapesta, con le loro lamentele, con le loro paure e terrori. Piazze svuotate. Militarizzazioni. Telecamere. Le chiamano, pensate un po', "telecamere amiche". Sarebbe bene ricordarsi, una volta per tutta, che queste telecamere spiano tutto, e coi terminali in Questura o al comando della Polizia Municipale. E chi ti spia non ti è mai "amico". Chi ti spia ti controlla, in ogni tuo movimento. Chi ti spia è pronto a saltarti addosso e a portarti via. E ne installano sempre di nuove, sempre di nuove. Puoi uscire di casa per i fatti tuoi, e loro sanno tutto ciò che fai. Dicono che è per la sicurezza e per la prevenzione, ma tutto ciò ha sempre un solo nome: si chiama repressione.

E, allora, sta pure bene che si scannino un po' fra loro, col loro Sindaco del bello da una parte e coi loro pennaioli dall'altra. Coi loro consiglieri, con il servo televisionaro, con i loro degradi incrociati e con tutto il resto. Il loro fine è però lo stesso. Lo si potrebbe chiamare policidio. Nel senso proprio del termine. La città come espressione di attività e di scontro sociale, la città come πόλις, la città come lavoro, la città come contraddizione, e in breve la città come vera città, fa loro paura. La devono involgarire e musealizzare. La devono abbellire con gli strass dei loro decori e delle loro pulizie, ma una città vera è sempre sporca e puzza. La devono imbalsamare e annichilire, e questo dovrebbe essere impedito a tutti i costi. Si scannino quindi pure, e s'indignino, scrivano le letterine, postino commenti sulle loro paginette dell'Autoschedatura Planetaria. Ancora c'è chi lotta e chi non cede, e non cederà mai, e si riprenderà la Città.

Nell'illustrazione in testa, un celeberrimo degrado: quello del capitano Dreyfus (5 gennaio 1895). La sua storia, credo, dovrebbe essere nota.

domenica 24 ottobre 2010

Trasloco quasi completato?


(cliccare sull'immagine identitaria e non conforme per ingrandire)

giovedì 14 ottobre 2010

Salviamo il trentaquattresimo!


Tutto a buon fine, in Cile, con il salvataggio dei mineros rimasti intrappolati a San José? Sembrerebbe, fortunatamente, di sì. Vi è però una vicenda che è rimasta taciuta dai media di tutto il mondo, e in un modo che ritengo assolutamente inspiegabile. Pare infatti che i minatori rimasti intrappolati a 600 metri di profondità non fossero trentatré, bensì trentaquattro.

Il trentaquattresimo, il cui nome è stato praticamente cancellato dall'elenco ufficiale, è un instancabile lavoratore chiamato Aquilles Tótaros; instancabile sì, ma nel divorare le poche provviste che i suoi sfortunati compagni erano riusciti a racimolare nel tenebroso rifugio sotterraneo dove sono rimasti per 69 giorni. Avessero dato il via a Aquilles Tótaros, le provviste non sarebbero bastate nemmeno per 69 secondi. Ma vediamo di capirne di più su questa misteriosa vicenda.

Aquilles Tótaros, esponente del Pueblo de la Libertad e di Acción Jóvenes, proviene dalla città di Escandichos, nel nord del Cile, ed era noto fino ad ora più che altro per un curioso episodio di cui fu protagonista. Rimasto troppo a lungo studente universitario senza conseguire la laurea presso la prestigiosa università di Copiapó, suo padre, stanco dell'andazzo, un bel giorno gli fece trovare in camera una bellissima e nuovissima tuta da minatore, con tanto di casco con la lampadina e gli disse in dialetto cileno settentrionale:

"Y ahora, madre de Dios, basta con este retardo...! Estoy cansado de pagarte los impuestos universitarios...! Ahora si quieres continuar, tienes que trabajar, pelandrón! A la mina, si no te ce espedisco a calcios en el culón...! "

Detto fatto; e a Aquilles toccò scendere per guadagnarsi il pane, generalmente dileggiato dai suoi compagni che lo chiamavano "El gordo de Escandichos".

Una volta accaduta la disgrazia dalla quale i minatori sono stati felicemente salvati, al caposquadra (l'oramai celebre Luis Urzúa) è stata dagli altri rivolta la domanda: "Y de éste, que ne hacemos?..." L'intenzione palese era quello di lasciarlo là sotto; ma Urzúa si è opposto fortemente con parole che meritano di essere riportate:

"Que no! Tenemos que hacerlo sortir de aqui anco a él, si no si se apoya a la pared de la mina hace crollar también las otras minas en el rayo de trecientos quilómetros!"

Naturalmente, nutrendo qualche ragionevole sospetto, Luis Urzúa ha saggiamente deciso di farlo salire per ultimo, prevedendo quel che poi è davvero successo e che le tv di tutto il mondo stanno pietosamente e imbarazzatamente nascondendo: Aquilles Tótaros è rimasto incastrato dentro la capsula Fénix. Immaginate un po' se lo avessero fatto salire prima degli altri: quelli che venivano dopo, sarebbero rimasti là sotto senza possibilità di uscita.

Nella foto: Aquilles Tótaros incastrato ancora dentro la capsula. Si noti l'espressione del tecnico a sinistra, Francisco Torsellos, che preferisce voltarsi dall'altra parte; quello a destra, Denis Verdiños, sembra voler fare qualcosa ma in realtà sta prendendo le misure della capsula per rivenderla al miglior offerente con Tótaros ancora dentro.

lunedì 11 ottobre 2010

Il prefetto, il terrorista Lucio, i fascistelli e le salme


Il signore che vedete in questa immagine è uno dei numerosi, in Italia, che non hanno assolutamente un cazzo da fare da mattina a sera. Di mestiere farebbe il prefetto; si chiama Paolo Padoin (sembra che si pronunci padoìn e non paduàn), prima "lavorava" a Torino e ora, invece, lo hanno mandato in questa città a prefettare a dritta e a manca. Evidentemente, nel suo cospicuo tempo libero (immaginiamo altrettanto cospicuo del suo stipendio pagatogli dalla collettività, in quanto servitore dello Stato), dev'essersi accorto anche lui che alla gente, generalmente, dei prefetti non importa una sega; tant'è vero che si è sentito persino di scrivere un best-seller intitolato, ebbene sì: Il prefetto, questo sconosciuto. Talmente sconosciuto che non lo conosce nemmeno il prefetto stesso. E s'ha a andà benino!

Non contento, per ingannare il tempo (e deve averne talmente tanto da metter su una bella serie d'imbrogli...), il prefetto Padoin gestisce anche un fondamentale sito internet, Rinnovare le istituzioni; ed è bene andare a dargli un'occhiatina per rendersi conto un po' meglio con chi si ha a che fare. Più che di "rinnovare le istituzioni", sembra infatti di essere davanti al consueto, solito, usuale Ammazzasette in salsa statale. A parte la "legalità" e la "sicurezza", cosa che non fa oramai distinguere un prefetto dall'ultimo pizzicagnolo che ciancia sugli articoli della "Nazione", i link sono tutta una serie di care, vecchie istituzioni repressive e pugni di ferro, conditi con gli immancabili terroristi, coi parenti delle vittime (quelli delle vittime "buone", perché delle tante vittime dei questurini -anche recenti- invece non se ne parla), e con considerazioni varie & tarzanesche sulle proprie imprese: ovviamente sgomberi di centri sociali, squatters in galera eccetera, eccetera. Insomma, il prefetto questo sconosciuto sembra quasi un clone di un Prosperini qualsiasi. Ve lo ricordate lo sradicatore di centri sociali poi finito in gattabuia?

Insomma, altro che "rinnovare le istituzioni". Il prefetto sconosciuto è invece il solito fascista tutto "law & order", tutto repressione, tutto sgomberi, tutto espulsioni, tutto "soddisfazione per le operazioni". E, naturalmente, poiché a questa città non vogliono molto bene "lassù dove si puote", da Torino ce lo hanno mandato come regalino. Il che la dice lunga, e persino lunghissima, sul vero scopo di chi blatera di "legalità" e "sicurezza". Queste due parole, attualmente, significano una sola cosa: Repressione totale di ogni forma di dissenso. Il prefetto Padoin incarna perfettamente tutto ciò, nella sua pur palese nullità: a tale riguardo, il suo sito riserva una "chicca" davvero imperdibile. Articoli e articoloni sul "caso Battisti" (immaginando ovviamente su quali posizioni...), un'autentica ossessione patologica per il "terrorismo", e poi per lui il "terrorista" è Lucio Battisti. Non ci credete? Andate pure a vedere qui. Come dire: prima o poi questi personaggi finiscono sempre per annegare nel ridicolo. Ci è annegato Prosperini e ci annegherà anche lui.


A proposito di ridicolo. La piazza che vedete qua sopra è Piazza S. Marco. Una piazza di questa città. Da cinquant'anni e rotti non c'è manifestazione studentesca che non inizi da Piazza S.Marco. È una piazza che ha fatto la storia di generazioni di studenti, e che continua a farla anche in questo particolare momento dove la scuola pubblica è in via di smantellamento a cura di un ministro di un governo che, peraltro, sta smantellando non solo la scuola ma anche quel che resta (poco) della civiltà e della libertà di questo paese. Lo stesso paese che permette a un Padoin Paolo di fare il prefetto, peraltro.

Il quale Padoin, prendendo spunto dalla manifestazione dell'8 ottobre contro lo smantellamento della scuola pubblica (una manifestazione tranquillissima sporcata solo da quattro o cinque fascistelli senza più casa che, non avendo né credito e né seguito alcuno in questa città, sono tornati a esercitare la cara, vecchia provocazione appoggiata dai questurini e dalle istituzioni), se n'è venuto fuori con la minaccia di vietare ogni manifestazione in Piazza San Marco e nelle vie adiacenti. Quasi fosse un'azione concertata tra il sor Prefetto e i fascistelli, ché tanto son della stessa identica pasta. I fascistelli ggggiòvini fanno la provocazioncella (peraltro manco toccati), emettono il comunicato, fanno l'interrogazione e il Prefetto raccoglie la palla al volo. Ma forse ancora non si è reso conto di quale pasta sia fatta questa città. È una città, questa, dove ancora, persino nelle istituzioni, c'è qualche persona che ragiona e che intima l'altolà. Mi pregio di dirne il nome, perché merita rispetto: si chiama Ornella De Zordo, è una docente universitaria e consigliera comunale, e ha rivolto al prefetto Padoin delle parole chiarissime durante l'ultima seduta del consiglio comunale. Parole che riproduco integralmente:

De Zordo (perUnaltracittà): “Manifestazioni studentesche, tutelare l'agibilità delle strade cittadine”
“Luogo delle relazioni di una comunità, che vive e si esprime, e non solo che compra e vende”

"L’ossessione securitaria sta passando il limite. Se è comprensibile da parte di chi vagheggia ancora un ordine fatto di stivali e manganello, meno lo è per altri. Non è in nessun modo accettabile che sia negata a priori l’agibilità di piazza San Marco, in cui da 50 anni si svolgono le manifestazioni degli studenti e non solo. Si vieterà poi via Cavour, o via Lamarmora? Si confinerà ogni manifestazione in viale XI Agosto, così non disturba? Alla fine si vieteranno definitivamente? La tradizione democratica e la libertà di espressione e di manifestazione non può essere messa in discussione, né da un questore né da un assessore. Lo spazio pubblico della città è, e resta, appunto pubblico, le piazze del centro sono state, e sono, il luogo in cui i cittadini si trovano, si raccolgono, discutono festeggiano o protestano. Evidentemente qualcuno è talmente abituato a considerare la città come un gigantesco outlet, che ha perso di vista ciò che invece è davvero: luogo delle relazioni di una comunità, che vive e si esprime, e non solo compra e vende. Stesse considerazioni per le reazioni scomposte dopo la manifestazione di venerdì: si invoca il pugno di ferro e la massima severità, per cosa? Per un fumogeno? Non c’è stato alcun problema di ordine pubblico, nonostante l’apparire di un paio di provocatori neofascisti, e allora di cosa stiamo parlando? Se c’è stato “disturbo” chiedetene conto al ministro Gelmini, che ha come unica missione quella di distruggere la scuola pubblica; noi ringraziamo chi si oppone, nelle scuole, nelle università, e anche in piazza".

Semplicemente applausi. L'intervento della De Zordo mette concisamente in luce tutta la questione. Città non più come luogo di espressione e partecipazione, ma solo come punto-vendita (e, a tale riguardo, anche l'ossessione sul degrado di San Lorenzo si iscrive esattamente in quest'ottica). "Pugni di ferro" e "manganelli" che nascondono, in nome della "sicurezza", soltanto la voglia di mettere il bavaglio a qualsiasi forma di protesta e di dissenso. La manovalanza, rappresentata da pochi fascistelli senza nessuna credibilità e senza nessun seguito, e i "piani nobili" dove si pianificano le "operazioni". E lo chiamano rinnovare le istituzioni. Il prefetto Padoin Paolo incarna perfettamente i prefetti del 1921, che davano via libera alle squadracce; e si vide poco dopo come furono rinnovate le istituzioni. Per questo è giustificato, anche dal punto di vista storico, definirlo un fascista, quale che sia la crocetta che appone sulla scheda elettorale. Minacciare di vietare una piazza cittadina alle manifestazioni di protesta è un atto fascista e repressivo di una gravità inaudita. Minacciare di farlo servendosi dei piagnistei di un pugno di provocatori verso i quali la città è assolutamente indifferente, è ancora più grave.

Tanto più che, in Piazza San Marco e in qualsiasi altra piazza, anche se vietata, gli studenti e chiunque intenda protestare rimetterebbero immediatamente piede fregandosene altamente del sor prefetto manganellante. Il che creerebbe, ovviamente e stavolta sì, dei problemi di ordine pubblico. Dev'essere talmente sconosciuto al Padoin, il mestiere di Prefetto, che non lo sa neppure fare nonostante i libriccini che scrive e nonostante il suo sitacchione. A meno che, com'è altamente probabile, il suo vero mestiere non sia affatto quello di "rappresentante dello Stato in una città", bensì quello di creare situazioni che giustifichino azioni e operazioni repressive. Insomma, nient'altro che un volgare provocatore al pari dei cinque o sei ragazzotti che fanno finta di essere "pestati" per poi andare a lagnarsi dagli amichetti in via Zara o in via Giacomini. Un provocatore, però, che ha un certo grado di potere; è quindi necessario opporglisi con ogni mezzo. Deve vedere fin da subito che qui non c'è trippa pe' gatti. E che lo veda con l'opposizione di una consigliera comunale, ed anche di un cittadino qualsiasi come il sottoscritto, il quale non si perita affatto di dirgliele sul muso. Esponendosi, nonostante in questo blog faccia finta di essere una "gatta nera". Tanto risalire a chi sono è una cosa elementare; ci riuscirebbe anche un bambino, e persino un prefetto.

La cosa sarebbe finita qui, però mi corre l'obbligo di spendere due parole anche su uno dei fascistelli della manovalanza.


Eccolo qui. Si chiama Matteo Calì, ha un blog dove vieni accolto da Franco Califano, da Italie protagoniste, dalla Serie A dilettanti, dal Fantacalcio dichiarato "quasi un secondo lavoro" (ci si potrebbe ragionevolmente domandare quale sia il primo...), da un certo "ispettore Coliandro" e da altre amenità del genere. Sembra che il Calì in questione sia pure consigliere nel Quartiere 3, luogo dove da anni si fa sbeffeggiare ogni qual volta se ne presenta l'occasione. E poiché si definisce l' "altra faccia della Politica", occorrerebbe anche dire che 'sta Politica dovrebbe seriamente cominciare a guardarsi da simili "altre facce".

Orbene, proprio sul suo blog, questo italiano fantacalciatore, califanato e coliandrato ci propone un autentico concentrato di insipienza, bile, banalità, ipocrisia e nullità. Ma è anche una cosa che la dice sufficientemente lunga su di lui, su quelli come lui, sui loro "centri di aggregazione" che oramai non si sa nemmeno più dove siano e se ci siano, sulle loro "Case" più o meno "-ggì", sulla loro vecchiezza, sul loro eterno puzzo di cadavere. Il tono dell'articolo riportato è indicativo. "Non ci sono più i fascisti", dice; ma, gratta gratta, riaffiorano cose interessanti e antiche. Le "zecche" e la "gente sporca che non si lava". Righe di insulti che fanno trasparire perfettamente quale sia la materia da cui è formata questa gente qui. Gente sporca che non si lava? Bisognerebbe sentire che odorino provenga allora dai Calì e dai suoi (scarsi) compari, una volta tolta la giacchina blé e la camicina bianca. Si sentirebbe odore di decomposizione avanzata. Non abbiano quindi la benché mimima paura: anche volendo, a delle salme imputridite non si potrebbe fare alcunché di male.

La Cittadella


BASTA COL PALLONE!!!
ARIDATECE ALBERTO LUPO !!!!!!

(E se lo dice una gatta...)

giovedì 30 settembre 2010

Cento luoghi, il centounesimo e un paio di bischeri


La foto che vedete sopra, care amiche ed amici di pelo e non, ritrae alcune cittadine ed alcuni cittadini di questa città, che nei giorni scorsi, per iniziativa del Syndaco, si sono riuniti in cento luoghi per formulare proposte atte a "migliorare la qualità della vita", "restituire bellezza alla città", "combattere i' degrado" eccetera eccetera. Iniziativa senz'altro lodevole, promossa da un syndaco che deve essere un amante del numero 100: i Cento punti del suo programma, i Cento luoghi, è stato beccato a cento all'ora da un autovelox...

I cittadini della foto sono giustappunto ritratti in uno di quei "cento luoghi", vale a dire il Parco dell'Anconella. Il Parco dell'Anconella è in riva al fiume, nel Quartiere 3, ed è stato catalogato come Luogo 6; le proposte formulate si possono vedere in questo documento .pdf. Insomma, anche le cittadine e i cittadini del Luogo 6 vogliono cambiare la città (come recita lo slogan dell'iniziativa) entro il 2014. Sarebbe quindi davvero un bel casino se il 21 dicembre 2012 intervenisse la fine del mondo predetta dai Maya, e cotanto esercizio di democrazia diretta e di partecypazione andasse sprecato. Sperando ovviamente che i Maya abbiano toppato alla grande, è bene però dare un'occhiata alle proposte; a tale riguardo, le voglio proprio riprodurre direttamente dal documento ufficiale del Luogo 6:



Ordunque, andiamo per ordine. A tale riguardo, la vs. spett.le gatta Pampalea si è costituita ufficialmente in centounesimo luogo. Al Syndaco forse non piacerà la sovversione del suo numero preferito, ma noialtre gattacce nere ci godiamo un sacco nello scompigliare i numeri perfetti.

La trentina scarsa di cittadine e cittadini del Luogo 6 desiderano piste ciclabili stabilizzate e integrate. Questa delle piste ciclabili la trovo sempre più bella, in una città dove ne esistono a decine di chilometri regolarmente inutilizzate dalla maggior parte dei ciclisti (anche perché spesso tenute in pessime condizioni) che preferiscono senz'altro servirsi delle strade (con loro rischio personale, a volte intasando o rallentando la circolazione veicolare, procedendo tranquillamente contromano del tutto impuniti...) e spessissimo anche dei marciapiedi. In compenso, le piste ciclabili dovrebbero essere meglio definite motorinabili o scuterabili, visto che gli unici mezzi a due ruote che le percorrono regolarmente per svicolare dal traffico sono appunto motorini, scuterini, scuteroni eccetera. Invece di desiderare nuove piste ciclabili, sarebbe forse prima opportuno che i ciclisti si servissero obbligatoriamente di quelle già esistenti, laddove presenti. W la bicicletta, ma non è che poi poi i ciclisti di queste parti siano un modello di educazione stradale e di civiltà integerrima.

Vada pure per la passerella ciclopedonale, tipo quella già presente all'Isolotto dove abito; naturalmente, anch'essa è percorsa quotidianamente da orde di motorini, i quali dovrebbero passare condotti a mano ma che invece sfrecciano tranquillamente in mezzo ai pedoni; ed è un destino comune a tutte le passerelle. Temo che anche quella auspicata dai cittadini del Luogo 6 farebbe la stessa fine, e non è escluso che quale partecipante alla riunione non abbia pensato qualcosa come: "Slurp, invece di farmi il ponte da Verrazzano passo direttamente col motorino dall'Anconella".

E vada anche per la migliore illuminazione, ed anche per il verde più pulito con fioriere e cestini. Anche se c'è da dire che il verde viene di solito sporcato proprio dagli stessi cittadini e dalle stesse cittadine che giocano talora a fare i "civili" alle riunioncine una volta all'anno, e per i restanti 364 giorni sporcano, pisciano, pestano le aiuole, spengono cicche nelle fioriere, utilizzano i cestini come uno sgradito optional, eccetera, eccetera, eccetera. Le fioriere cominciano a somigliare a letamai in media dopo 14 ore dalla loro installazione in un luogo pubblico, e non se ne salva una.

Evviva i campi di pallone gratuiti e aperti a tutti, evviva la riproduzione della Cupola del Brunelleschi fatta rivivere (si vede che qualcuno l'aveva fatta morire, evidentemente), ed evviva pure la siepe in via Erbosa potata regolarmente. Certo che se non potano una siepe in una via che si chiama "Erbosa", s'ha a andà benino. Una volta potata grazie alla riunione del Luogo 6, la relativa via cambierà nome in via Tagliaerbosa.

Passiamo infine alle due proposte-pezzi da 90.

La prima è quella di un'area balneabile in riva all'Arno. Balneché..?!? Ma questa qui che è, una riunione di civili cittadini o di spietati assassini?... Vogliono far balneare in Arno?... E come lo chiamiamo il nuovo lido dell'Anconella, Pantegan's Beach, Marina dei Ratti, Bacterium Coli Resort o Costa del Trimetilsolfuro di Arsenico?...

Nella foto: Coppia di bagnanti della nuova Area Balneabile "Leonarda Cianciulli" dell'Anconella.


Infine, eh, eccoci. Poteva mancare?

Ho lasciato per ultima una propostina che lì per lì sembrerebbe non significare granché. Qualcuno chiede infatti di "restituire l'area della ex scuola Facibeni alla cittadinanza". Ma guarda un po' te. Lo sapete che cosa c'è nell'area della ex scuola Facibeni? No? Allora ve lo fo vedere io:


Ecco qua. Nell'area della don Facibeni c'è il CPA Firenze Sud.

Ora, non vorrei dire, ma questa propostina del Luogo 6 mi puzza un pochino, ed ha un puzzo ben preciso. Quello di un paio di bischeri (forse i soliti) che non perdono nemmeno un'occasioncina piccina picciò per evitare di tacere. Ci tentano in tutti i modi possibili e immaginabili, organizzano raccolte di firme firmandosele in famiglia o fra amiconi, fanno interpellanze su interpellanze, si servono di quotidiani dal radioso avvenire, mettono l'area in vendita (con aste che vanno regolarmente deserte), e ora persino dei Cento Luoghi. Evitando peraltro di nominare il CPA direttamente: vogliono l'area della ex scuola Facibeni restituita alla cittadinanza, quasi il CPA non esistesse.

Esiste eccome, invece. Anzi, colgo l'occasione per qualche necessaria precisazione, visto che una trentina di persone scarse non rappresentano né la cittadinanza, né il quartiere e né un cavolo di nulla; tenendo sempre presente che persino all'interno di questo gruppetto la proposta in questione sarà stata formulata al massimo da due tizi due.

La cittadinanza, quella vera e quella che si calcola in centinaia di persone, il CPA lo conosce bene e, soprattutto, ne usufruisce come unico e vero spazio nel quartiere, e forse persino nell'intera città, dove invece di fare banali e strombazzatissime riunioncine si fanno iniziative concrete, reali, partecipatissime.


La foto che si vede sopra è stata scattata durante la Tre Giorni di Musica Popolare che si svolge ogni anno al CPA, a fine maggio. Non so se si nota la piccola differenza di partecipazione rispetto al "Luogo 6", e senza che l'iniziativa sia mai pubblicizzata se non attraverso i risicati canali di controinformazione. Questo vuol dire che la cittadinanza (dato che il CPA conta al massimo di una sessantina di militanti attivi) sa dove andare. E non soltanto per la "Tre Giorni", ma anche per le decine di altre iniziative che il CPA organizza sotto la costante minaccia di sgombero.

Non c'è proprio nessun bisogno di restituire alla cittadinanza l'area della ex scuola Facibeni, perché la cittadinanza, o popolo che dir si voglia, quell'area ce l'ha già, e da anni e anni. Ce l'ha nel senso vero del termine, perché è un'area libera. Tenuta in piedi senza nessuna sovvenzione, e con la fatica e il sudore di chi vi opera. Senza costare un centesimo a nessuno. Senza fioriere trasformate dopo poco in immondezzai, ma con i fiori dell'attivismo, della socialità, della partecipazione vera ai problemi e alle esigenze del quartiere e della città. Infatti, proprio per questo qualcuno la vorrebbe chiusa. Ci vorrebbe fare il solito parchetto per i bambini, ma di bambini ne vengono (e fatti giocare e divertire come vogliono) assai di più al CPA che in altri luoghi più o meno "deputati". Ma è inutile dirlo, perché la gente lo sa benissimo. Infatti il CPA è sempre là e hanno voglia a fare firmine e riunioncine del "Luogo 6".

Chissà peraltro se in qualche altro Luogo numerato qualcuno avrà avanzato un'analoga proposta per l'assai più grande area di San Salvi, che è -come ben si sa- caduta nel mirino di ogni tipo di speculatori edilizi. Ne vogliamo parlare di restituire alla cittadinanza anche l'area di Castello, invece di cianciare di Cittadelle e stadi di pallone, e di stuprarla con una Scuola di Sbirri che sta rappresentando il principale malaffare di questa città? E il "Quadrilatero verde" dell'Isolotto, lo vogliamo restituire alla cittadinanza invece di abbattere tutti i suoi alberi e farne un parcheggio?

Ecco, queste sono le proposte del Luogo 101. Il quale, sicuramente, è un non-luogo. E, proprio per questo, ben più reale di quelli dove un paio di bischeri vuol far corrodere la gente in Arno e parlare in nome della cittadinanza quando magari non sa nemmeno chi abita alla porta accanto sul pianerottolo. E i cittadini, invece di prestarsi agli spot del Syndaco del bello, vadano piuttosto a informarsi sul lager che si sta per costruire qua vicino, con il beneplacito del medesimo syndaco, del presidente della Regione e delle istituzioni tutte. A proposito: i cittadini che si oppongono a questa cosa sono tanti, ma tanti. E vengono al CPA. Altro che "Luogo 6". Altro che fioriere e cestini. Altro che far finta di cambiare la città, qui si agisce per cambiare un sistema.


martedì 28 settembre 2010

Gallettino e Giocolina


Nella ridente cittadina di Gigliuola c'era una volta una piccola e linda scuola elementare Comunale dove il direttore aveva avuto l'idea di formare un Consiglio degli Alunni sottoposto a regolari e pubbliche elezioni. Le bambine e i bambini avevano accolto la novità con entusiasmo; si erano formati i partiti, gli scolari avevano redatto i programmi e, un bel giorno di primavera, si erano tenute finalmente le consultazioni per eleggere il Sindaco de' Ragazzi e il Consiglio degli Alunni.

La cosa aveva avuto risonanza nazionale ed era stata presa estremamente sul serio; e poiché Gigliuola era una cittadina storicamente sinistrorsa, tutti prevedevano che il Partito Divertente (sigla: PD) avrebbe vinto a man bassa le elezioni scolastiche. D'altronde presentava come candidato a Primo Alunno un ragazzino della IV B, tale Matteino, che si proponeva come attivissimo decisionista e che intendeva, con un programma di 100 punti redatto a matita su un quaderno a righe di terza, ridare lustro alla scuola e alla cittadina intera. Il principale partito avverso, il Partito Dei Leccalecca (PDL) aveva però affilato le armi: il leader nazionale, un ricchissimo bambino chiamato Arcorino de' Papi, aveva scelto come candidato il popolare portiere della Squadra Interscolastica, vale a dire Gallettino della V A. La campagna elettorale era stata senza esclusione di colpi; le facce di Matteino e Gallettino campeggiavano su tutti i muri, si tenevano affollatissimi comizi e i quotidiani cittadini di diverso orientamento parteggiavano per l'uno o per l'altro.

Alla fine, nonostante l'impegno profuso e i fiumi di denaro fattigli pervenire da Arcorino de' Papi, Gallettino risultò sconfitto e Matteino divenne il primo Sindaco de' Ragazzi della Scuola Comunale; nonostante ciò, Gallettino aveva ottenuto comunque un buon successo e il suo team in Consiglio era piuttosto cospicuo. Tra le principali esponenti della fazione di Gallettino c'era una grazïosa bambina della III F, Giocolina, con la quale Gallettino legò subito tanto da far parlare in giro di qualcosa di teneramente tenero; insieme davano battaglia a Matteino, insieme preparavano le interpellanze, e insieme tuonavano contro i problemi della Scuola e di Gigliuola tutta.

C'era da impedire che si costruisse la moscheina per i bambini di fede maomettana? Gallettino e Giocolina agivano di comune accordo, spesso coadiuvati dal partitino alleatino della Lega Norris. C'era da richiedere lo smantellamento del campino dei bimbi rom? Gallettino e Giocolina erano in prima fila. Un gruppo di ragazzini un po' troppo scuri di pelle si era sistemato in qualche edificio abbandonato, in un ospedalino dismesso o in un condominio vuoto? Gallettino e Giocolina subissavano il Consiglio degli Alunni di comunicati, prese di posizione, interpellanze, mozioni e quant'altro. Il giornalino scolastico La Ricreazione tuonava contro il degradino, per la sihurezzina e contro i venditori abusivi di figurine che stazionavano presso la chiesetta di San Lorenzino? Gallettino e Giocolina facevano subito loro la campagna. Nulla sembrava poterli separare!

Un brutto giorno, però, cominciarono a giungere notizie allarmanti dalla città di Colossea, dove avevano sede il Governo Nazionale de' Ragazzini, il Parlamento degli Scolari e tutti i principali partiti. Il Partito dei Leccalecca si stava sfasciando per colpa di un perfido cofondatore, Gianfrancuccio Parlabene, che si era stufato dello strapotere di Arcorino de' Papi dopo peraltro averlo sostenuto per anni in ogni sua iniziativa. Si giunge alfine alla rottura: Arcorino, ben supportato dalla Lega Norris e dal suo capo Himmlerino Boss, espellette espulte espulgiede espulse Gianfrancuccio dal partito, il quale fu seguito da alcuni fedelissimi a formare il nuovo partito chiamato Fare Forca. E, ohimè, con mossa del tutto inattesa, Giocolina vi entrò a far parte.

Apriti cielo. Gallettino si sentì tradito. Nel Consiglio degli Alunni della scuolina di Gigliola si assisté a una dolorosa divisione sotto gli occhi esterrefatti e divertiti di tutta la scolaresca. I due amici e compagni, che avevano tutto condiviso nel nome della più copiosa protervia, nelle interrogazioni & interpellanze una più inutile dell'altra, nel farsi prendere per i torselli donzelli fondelli da chiunque avesse ancora un barlume d'intelligenza, all'improvviso cominciarono a guardarsi in cagnesco nell'occhi. Mentre Gallettino era rimasto fedele a Arcorino suo, Giocolina aveva scelto Gianfrancuccio; e fu la fine tra loro.

Per prima cosa, si separarono di banco; e tutti sanno quanto ciò sia simbolico in qualsiasi classe. Gallettino ebbe a dichiarare di non volersi sedere mai più accanto a Giocolina; nel frattempo, il Partito dei Leccalecca di Gigliuola andava a rotoli, il coordinatore Verdino subiva provvedimenti giudiziari da parte del Tribunale dei Minorati Minorenni e gli falliva la banchetta giocattolo che aveva messo su risparmiando sulle paghette di papi, e chiudevano le sedi. Ora dovete sapere che il Direttore della Scuola aveva messo a disposizione dei vari partiti rappresentati nel Consiglio degli Alunni alcune stanzette, nominalmente degli uffici, ma delle quali i ragazzi si servivano perdipiù per giocherellare (alla Playstation e alla Politica); ovviamente, Gallettino e Giocolina erano nella stessa stanza. Una volta divisisi, cominciarono a leticarsi pure quella. È mia!, urlava Gallettino; No, è mia!, rispondeva strillando Giocolina. Si azzuffavano ogni giorno, Gallettino tagliava le treccine a Giocolina, Giocolina tirava ginocchiate nelle palle a Gallettino; e se qualcuno interveniva per separarli in nome della responsabilità, doveva presto battere in ritirata.

Che ne sarebbe stato del degradino? Si vedevano per caso incresciose e ridicole scene del genere tra i bambini marocchini, albanesi, rumeni, rom? Ben presto tutta la scolaresca e tutta la cittadina di Gigliuola prese ad ignorare Gallettino e Giocolina, che ora si odiavano e si promettevano le peggiori cose. Il Direttore trovò un'altra stanzetta per Giocolina, dove poté finalmente sistemare tutti i giocattoli che il suo ex amico Gallettino le aveva assai poco cerimoniosamente sbattuto nel corridoio; la notte, però, Giocolina andava a mettere bombette puzzolenti e raudi fischioni nella stanzetta di Gallettino, che per questo presentò l'ennesima interrogazione accolta, come sempre, e come sempre sarà nella cittadina di Gigliuola, da un coro di pernacchie.