venerdì 30 ottobre 2009

Lo Spaventamicini

Miao.

E questo miao dev'essere inteso come espressione di grande disappunto, sia ben chiaro.

Noialtri gatti abbiamo il diritto di fare i gatti, e di andare in giro dove ci pare. Inoltre, siamo curiosi per natura: figuriamoci se, in costante apprensione come siamo per le macchine degli umani, che ci stiàcciano, sbudèllano, marzàgrano e via discorrendo, mi lasciavo scappare l'occasione per andare a fare un giro in piazza del Duomo pedonalizzata. Mi sono detta: "Una volta tanto che un sindaco ne azzecca una, bisogna proprio che vada a dare un'occhiata nonostante la non breve zampettata che mi aspetta". E così è stato.

Proprio bella, piazza del Duomo senza più automobili, senza puzzolenti autobus stracolmi di gente, senza rumori. Me la stavo, insomma, decisamente godendo. Avevo persino scorto alcuni gatti belli tranquilli, che in quel posto non si vedevano più dal 1907. Una meraviglia. Mi sentivo talmente bene da esser persino pronta a scambiare qualche impressione con un pastore tedesco che gironzolava nelle vicinanze; ma, all'improvviso, l'orrore. È scappato pure il cane.

Il fatto gli è che, da un austero palazzo che sorge su quella piazza, che va sotto il curioso nome di Curia Arcivescovile, è uscito a piedi l'umano che vedete nella foto. Mi si è rizzato il pelo. Ammazza, quant'è brutto!, mi sono detta quando ancora non lo avevo scrutato appieno; una volta ritrovatomelo vicino, si è sfiorata la tragedia. Una mamma gatta che passava con la sua cucciolata di sei micini, proveniente da qualche tetto delle vicinanze, ha dovuto faticare per riagguantare la sua prole che, alla visione di quell'incrocio tra un Godzilla gottoso e un ornitorinco tourettico, era scappata a zampe levate in tutte le direzioni. Non si può. Certi esseri umani dovrebbero stare un po' attenti a circolare liberamente con simili facce. Anch'io, che sono senz'altro, oramai, una gatta navigata (e che Παμπαλαία sarei, altrimenti?), ho provato in me la morsa di Phobos e Deimos.

Mi hanno detto, poi, che quel tizio sarebbe nientepopodimeno che l'Arcivescovo di questa città. Uno che non ci è manco nato, che ce l'hanno spedito a far non si sa cosa; ma che cosa faccia lo si è visto in questi giorni. Piglia dei suoi sottoposti che dimostrano un po' di coraggio e un po' di indipendenza, e li rimuove con il gentile e disinteressato consenso di alcuni servi (come tale Giovanni Pallanti). Li manda a meditare in preghiera, e al loro posto, in un quartiere che ha altro a cui pensare che alle pedonalizzazioni, ci mette un vecchio d'ottantaquattr'anni.

Brutto, sì. Ma di quei brutti che sanno bene cosa significa il loro potere. Che sanno bene come mettere a tacere qualsiasi voce dissonante. Che, probabilmente, non credono neanche in quel loro Crocifisso che appenderebbero anche nell'ultimo cesso pubblico della città. E che non capiscono che la loro Chiesa (così la chiamano), se ancora esiste e se ancora un po' si regge, lo deve proprio a quegli uomini, come Don Santoro, che ancora sono capaci di andare contro. Così facendo, lo Spaventamicini ha firmato un atto di morte. Per la sua Chiesa, però. Muore, ed è già morta, qualsiasi cosa che si riduce ad un vuoto e rigido sistema di dogmi, di rituali, di obbedienze cieche, di poteri. Brutto fuori, e brutto dentro. Un volto che emana viscidume. Un tempo, nelle campagne, esisteva un crudele detto che però aveva una qualche verità: segnato da Dio.

Vada allora, lo Spaventamicini di piazza del Duomo, a farsi un giretto per le sue chiese. Le uniche piene stracolme sono quelle dei Don Santoro, sempre che ne esistano altri. Le altre sono vuote. Neocatecumenalmente desolate. Pochi vecchi biascicanti. Le sfilate di moda per la messa di Natale, e poco più. A nessuno gliene frega più un cazzo, di un Dio senz'anima, senza cuore, senza costrutto; e ben gli sta a chi lo ha inventato. Gliene frega di uno che viene rimosso per avere sposato due persone che si amano; e ce ne frega anche a noialtri gatti.


martedì 27 ottobre 2009

Alcune modest proposals della gatta Pampalea per i prossimi tabelloni pubblicitari sui ponti cittadini


E così, cari amici di pelo e senza pelo, pare che l'Esselunga abbia, stante l'insurrezione di mezza città, deciso di far rimuovere il tabellone pubblicitario sul Ponte Vecchio (che sarebbe dovuto restar là fino al 15 novembre, per poi essere sostituito da un altro di eguali dimensioni), chiedendo addirittura scusa alla popolazione. Ho però come il sospetto che abbiano fatto due conti, quei signori, e temuto un certo qual effetto boomerang sulle vendite di forchette e cucchiaini piuttosto che ravvedersi dello scempio ordito ai danni dello storico ponte.

Chiedendomi come mai, per un restauro da effettuare sul principale e più noto ponte cittadino, patrimonio di tutti ed anche dell'umanità si debba ricorrere alla sponsorizzazione privata a base di inutili oggetti finti-"esclusivi", e non a risorse economiche pubbliche gestite da soprintendenze e soprintendenzine che rompono i coglioni ai privati cittadini abitanti in un palazzo storico anche se devono far cambiare una lampadina, e poi permettono che un ipermercato sconci il Ponte Vecchio, oggi vorrei fare qualche modesta proposta per i futuri massacri di ponti cittadini, visto che questa è la moda e che persino su Palazzo Pitti campeggia da mesi, su un ponteggio mascherato da facciata, un megatabellone con una discinta modellona facciabbischero che fa pubblicità ad una non meglio precisata Amy Gee.

Io, da gattaccia popolana & girellona, propongo che, almeno, sui ponti cittadini si faccia pubblicità a negozi del quartiere. Basta "grande distribuzione". E basta anche con la dittatura dei ponti centrali. Quello che vedete nella foto in alto, ad esempio, è il Ponte a Greve. Se proprio lo si dovesse restaurare (anche perché ci passano sopra seicentomila macchine al giorno su via Pisana), lo si sponsorizzi con un bel tabellone del vicino Salumificio Senese (in via di Ugnano), ché sicuramente le sarcicce e i presciutti che vende sono assai migliori dei cucchiaini Sambonet.


Questo qui sopra, invece, è il Ponte all'Asse, sulla via delle Bagnese. Casomai minacciasse di crollare isolando l'omonimo (e delizioso) borghetto, lo si sponsorizzi con un tabellone fatto in casa della Premiata Falegnameria Pinzauti. Ora, a dire il vero, non so se esista davvero una Premiata Falegnameria Pinzauti; ma lo ritengo piuttosto probabile. Una qualche falegnameria nelle vicinanze esisterà di sicuro, e Pinzauti è un cognome assai diffuso nella zona. E, casomai non esistesse, si fondi all'istante una falegnameria, la si chiami "Pinzauti" (o si trovi un Pinzauti disposto a fare sia pur da prestanome) e si proceda, creando peraltro posti di lavoro.


Quest'altro ponte è il Ponte sul Mugnone. Le piene del Mugnone non sono frequenti, ma quando avvengono sono dei quattro novembre sessantasei neanche tanto in miniatura. Il 30 ottobre 1992 ne avvenne una che, in quattro balletti, trasformò il quartiere limitrofo dello Statuto in un lago (e dire che non era stato toccato dall'alluvione del '66!). Dovesse ripetersi tale calamità e il ponte (anch'esso assai trafficato) fosse minacciato, se ne sponsorizzi il rifacimento e il rafforzamento ricorrendo alla pizzeria dello Spera, luogo deputato al ristoro a buon mercato di generazioni di liceali.


Infine, quello che si vede qua sopra è il Ponte dell'Indiano. Ora, non vorrei dire, ma se tale ponte scricchiolasse, altro che Ponte Vecchio. Qui si manderebbe in tilt un'intera città. Per le future opere di restauro e consolidamento propongo di dare una mano fattiva al Terzo Mondo pubblicizzando liberamente uno dei suoi principali prodotti:


Naturalmente, per tutta la durata del restauro il ponte dovrebbe essere ribattezzato Ponte del Pakistano.

sabato 24 ottobre 2009

Ponte Esselunga, già Ponte Vecchio



Nonostante la bella giornata di sole, e per una gatta il sole è assolutamente necessario, oggi forse avrei preferito non essere uscita, o andare da qualche altra parte invece che nel centro storico. Invece no: ho deciso proprio di andare verso quello che, fino a qualche giorno fa, in tutto il mondo era noto come Ponte Vecchio, e che ora invece sarebbe più opportuno chiamare Ponte Esselunga, dal nome della nota catena di supermercati che se ne è impadronita, piazzandoci sopra -con il pretesto di alcuni lavori che ovviamente dureranno almeno fino al 16 gennaio 2010, data di scadenza della promozione delle posate Sambonet- il gigantesco tabellone pubblicitario che potete osservare nelle disgraziate fotografie prese da uno dei miei inseparabili amici (nella fattispecie, quello lungo).

Mi ricordo, quand'ero ancora gattina, di un bislacco movimento, chiamato "Amici della Bicicletta", il quale riuscì addirittura a spedire ad un'elezione municipale un suo rappresentante in consiglio comunale. Tale movimento, che lottava contro i' degrado del centro storico focalizzandosi correttamente non sui venditori abusivi, bensì sulle orde di turisti di massa, sulle legalissime pizzattaglio & rivendite di paccottiglie e sull'espulsione dei cittadini dal centro a cura di banche, assicurazioni, stylisti eccetera eccetera, aveva adottato uno slogan riportato su migliaia di adesivi e manifesti: Questa città non è Disneyland. Bene. Ora come ora, forse, sarebbe più giusto affiggere degli adesivi e dei manifesti con sopra scritto: Disneyland non è questa città. Dubito infatti (e me lo confermano alcuni amici gatti colà residenti) che a Disneyland si abbia tale ed abnorme cattivo gusto. Il ponte più antico e più noto della città, famoso in tutto il mondo, vero e proprio simbolo di bellezza, trasformato in semplice e terrificante supporto pubblicitario per un supermercato e per le sue promozioncine coi punti.

Vorrei anche felinamente far notare che si tratta dello stesso Ponte dal quale, in nome della salvaguardia da i' degrado, qualche tempo fa un solerte assessore fece rimuovere tutti i cosiddetti "lucchetti dell'amore" che le coppiette avevano attaccato alla grata che protegge la statua di un celebre beccajo, pardon, di un celebre orafo, che vi si trova. Può darsi che sia un'usanza abbastanza imbecille, certamente, o una moda del cavolo corroborata dai romanzetti di Moccia; ma, certamente, i lucchettini non erano poi poi così visibili e "degradanti" come il mostruoso tabellone alla cui installazione il Comune deve avere pur dato l'assenso. Ma si sa bene come funzionano le cose: quando c'è di mezzo il dindino e un bello sponsor di quelli tosti, non c'è più degrado che tenga. E l'Esselunga del tizio che pubblica i pamphlet contro i concorrenti rossi della Coop, la quale -a sua volta- sfratta il centro sociale per costruire l'ipermercato, è senz'altro un ottimo sponsor, coi suoi gioielli.

Dev'essere davvero un triste destino quello che accomuna i Ponti Vecchi di tutto il mondo. Quello di Mostar (Stari Most) fu fatto bombardare e distruggere durante una stupida guerra da un generale croato, il quale ebbe a dichiarare raggelantemente: "Era antico? Lo rifaranno più antico di prima". Anche il Ponte Vecchio che vedete nella foto, oramai trasformato in Ponte Esselunga, o Ponte dei Cucchiai e delle Forchette in finto argento, corse il rischio, nel 1944, di essere fatto saltare in aria dai tedeschi in fuga, che peraltro riservarono lo stesso destino a tutta la zona circostante. Il Ponte si salvò grazie al console tedesco, Gerhard Wolf, come si legge in una lapide fatta affiggere dal Comune circa due anni fa:


Si è salvato, il Ponte, dalla barbarie della guerra; ma non si è salvato da quella dei supermercati. Si è salvato grazie ad un tizio che di cognome faceva Lupo, ed io, gatta, mi trovo senza remore a dover ringraziare un lupo; pensate un po'. Ma dai lupi famelici del mercato e dell'imbecillità no, non si è salvato. Ha resistito anche ad un'alluvione rovinosa, ma all'inondazione dei cucchiaini non ha resistito. E me ne sono tornata verso il mio quartiere di periferia, passando giusto giusto davanti ad uno di quei supermercati, e ripromettendomi di farci una visitina nottetempo assieme ad una congrega di gatti che so io. O stai a vedere che la mattina, quando riaprono, di forchettine e cucchiai ne trovano di meno!

martedì 13 ottobre 2009

Ezz Rapàunde


La foto segnaletica che, miagolàn miagolando e vincendo la mia naturale pigrizia felina, ho trovato sull'Internet, appartiene a tale Ezra Loomis Pound, di professione poeta americano, però anche fascista. Fu scattata, come si evince dalla data precisa stampigliata sulla foto, il 26 maggio 1945. Il fatto gli è che, dopo aver propagandato per anni fascismi, nazismi, mussolismi, superòmi, ideogrammi cinesi, raperonzoli, cornacchie e tarzanelli rinsecchiti nelle mutande, il Pound in questione fu poco cerimoniosamente ingabanàto dai suoi connazionali che, per sua disgrazia, avevano vinto la guerra. Fu rinchiuso in condizioni inenarrabili a Pisa (dato che, sì, aveva scelto di vivere in Italia), poi imprigionato per una decina d'anni negli USA. Fu liberato, sembra, soprattutto grazie all'azione dell'élite intellettuale di sinistra degli Stati Uniti, guidata in primis da Howard Fast; ché davanti alla cultura non esistono, pare, barriere politiche. Non appena scarcerato, tornò in Italia, ove se ne mòrse in età abbastanza tarda. Questo per quanto riguarda una succinta biografia di questo strano tipo di umano.

Con ogni probabilità, anzi con relativa certezza, è stato un grande poeta, tra i più significativi del XX secolo; e, come buona parte dei poeti più significativi del XX secolo, in generale risulta assolutamente incomprensibile, se non lo si affronta con debiti e assai approfonditi studi; questo vale soprattutto per ciò che è ritenuto il suo capolavoro, quei Canti Pisani (Pisan Cantos) che egli redasse proprio durante la sua dura prigionia in quel di Pisa. E che un soggiorno forzato a Pisa, perlopiù in precarissime condizioni, segni tremendamente la psiche umana è perfettamente comprensibile anche in un fascistone estetizzante già di per sé oscuro. Stanti così le cose, ora chiederò a tutti voi che mi leggete un autentico sforzo sovrumano. Ma è notte, i croccantini sono buoni e ho tempo da perdere.

Come qualcuno di voi saprà, in questi ultimi tempi, in Italia, si è sviluppato un buffissimo movimentino di estremadèstra che proprio dal suddetto Ezra Loomis Pound prende nome; si chiama Casapound, detta familiarmente Casapàunde perché qui si dice Ezz Rapàunde (esattamente come Mar Lombrando). Se ne parla più compiutamente in questo post , dove si ricorda anche come domenica scorsa, in quel di Pistoja, qualcuno abbia finalmente deciso di dare a quei signorini qualche graffietto (miao!); ovviamente, quei fùlgidi ribelli hanno immediatamente invocato mamma Polizia e nonna Repressione, non senza che tre ragazzi siano stati immediatamente arrestati (ma gli assassini di Fausto e Iaio girano ignoti dal 18 marzo 1978, quelli di Valerio Verbano dal 22 febbraio 1980 e così via). Mi fermo qui, perché il post linkato parla in modo più che compiuto dell'essenza di questi bischerelli da tre soldi bucati, del loro marketing e della loro più abissale inconsistenza. Inconsistenza che, però, ogni tanto ha bisogno di una pettinatina, tanto per far capire che c'è ancora gente che non accetta passivamente le loro stronzate razziste e xenofobe.

Ora, come dire, mi immagino questi ragazzotti che, nella maggior parte dei casi, non saprebbero nemmeno commentare adeguatamente La vispa Teresa, alle prese con l'impervio autore cui vorrebbero ispirarsi. Avendo a suo tempo, in una delle mie sette vite, affrontato coscienziosamente la lettura di quei componimenti (in quanto pur io, da gatta, riconosco l'assoluta universalità della cultura), ho rischiato di morire tra convulsi miagolìi provocati dal ridere figurandomi un qualsiasi casapaundino impegnato nella lettura del "suo" Pàunde. Due o tre versi che fanno al caso, un paio di slogan lasciati andare, l'eccelsa poesia dedicata alla X Mas di Junio Valerio Borghese e il giochino è bell'e costruito; ed anche con il sospettaccio che se quelli della X Mas, quelli veri dico, si fossero trovati davanti questi poveracci che appena vengono un pochino bacchiolati non trovan di meglio che andare a lagnarsi dai questurini, li avrebbero immediatamente spediti a coltivare l'orto.

Ma poiché sono una gattaccia servizievole, ho pensato anche di fornire a costoro un servizio. Non che voglia spiegare loro la poesia di Pound, ché gliel'ha spiegata assai meglio Bruno Fanciullacci (fra gattacci e fanciullacci c'è sempre stato un bel feeling, come potete immaginare); intendo semplicemente mettere a loro disposizione un Ezz Rapàunde adatto alle loro capacità, con un paio di poesie inedite del loro autore preferito. Auguro loro buona lettura tra una seduta di querele e lài presso la Questura e l'altra, così per ingannare il tempo; e intanto mi auguro che i tre ragazzi arrestati a Pistoja abbiano a essere liberati al più presto.

POESIA N° 1 DI EZZ RAPAUNDE
"Pisa Vituperio"

All'invasione mi sequestrarono
i libri di Bertran de Born
e quelli di Bernard de Ventadorn
e me li bruciarono nel forn.

Mi fecero fà due o tre giri per la città
nei quartieri popolari, ar Cisanello
e anco a Boccadarno e a Calambrone
ove un anziano comunista mi prese

A pattonate ner muso, mentre
recitavo Arnaldo Daniello.

Ner muso, mentre declamavo
versi in provenzale antico
e un sergente del North Carolàina
mi diceva che ci avevo la mamma
un po' puttàina.

Consolato dal 42° canto dell'Inferno
(ne avevo aggiunti io qualcuno, sacripante,
a quelli di Dante)
e dalla letteratura di Jaufré Rudel del Blaia
mi portarono a Cenaia
dove mi misero a pigià l'uva.

M'aspettavano anni di gattabuia,
mi consolai avendo una visione:
con un ideogramma cinese e dodici hai-kai
alfine pensai
che perlomeno avrei rimangiato quei troiai
che colan unto e grassi e ti riducono
il fegato a un pappino;
non l'avevo mai detto a nessuno
ma mi mancavano un casino.

No!
Non ne potevo più di spaghetti al sugo,
di pesce arrosto e minestrone!
E traducendo poesie dell'epoca dei Ming
sognavo sempre un succulento Burger King.

Ma l'anima del Miglior Fabbro mi sovvenne,
tan m'abellis vostre cortés deman
qu'ieu no me puesc ni vulh a vos cobrir:
fu tutta colpa di Pisa!
Pisa vituperio!

(Ché se magari ero andato a Grosseto
oppure a Montaione, o a Collesalvetti
non m'avrebbero arrestato
e a quest'ora, sì, avrei rinunciato al polpettone
e avrei continuato a mangiare spaghetti,
ma libero!)

E invece ora mi portano in galera,
mi bruciano i libri di Bertran de Born
e le poesie di Bernard de Ventadorn
nel forn
e la mia fidanzata di San Quirico d'Orcia
mi fa, forse, le corn.

POESIA N° 2 DI EZZ RAPAUNDE
"Cambio casa"

Per favore, no!
Piuttosto vo a stare
in un furgone
in un casermone
in un androne
su uno scoglio a Talamone
all'Elba in cima al monte Perone
all'addiaccio in un barcone

Piuttosto mi trasferisco
l'otto ottobre del '63 a Longarone
a Prato dentro un capannone
in cantina del deposito di Paperone
vo a far l'uomo cannone
alla deriva su un pallone
o in un catòio a Caltagirone
ma no!
Ve ne prego,
Vi scongiuro,
Vi imploro,
di non mettermi insieme allo Iannone!





giovedì 10 settembre 2009

Viaggio negl'inferi della Nazione


Da brava gatta nera, con gl'inferi ho un rapporto speciale; solo che, i miei, sono inferi autentici. Sono tenebre DOC, satanassi certificati e garantiti, ghiacce distese di desolazione, antri dove occhi fiammeggianti baluginano maledizioni alle anime dannate. Insomma, come dire, gli inferi sono e dovrebbero essere una cosa tremendamente seria. Negli inferi della Nazione, invece, allignano fiori come quello nella foto, su cancellate qualsiasi. Ma, certo, sarà necessario andare un po' per ordine.

Non è che, nonostante la mia lunghissima assenza di miagolate e soffiate, me ne sia stata poi poi sempre a dormire; qualche giratina l'ho fatta. Così, ad esempio, alla fine dello scorso mese d'agosto. Mi sono insediata da un po' in un quartiere periferico che sembra fatto a misura di gatto: ricchissimo di giardini, di verde, di alberi e d'ogni altra sorte di bendiddìo. Eppure, nel medesimo mese d'agosto, la Nazione ha provato a trasformarlo in inferi a suo uso e consumo, partendo da un episodio assolutamente spiacevole e stupido avvenuto proprio in questo quartiere. Una banda di giovanissimi umani che, per noia e per chissà cos'altro, ha torturato e massacrato un riccio, ovvero un porcospino. Da lì è partita la presentazione di questo quartiere come se fosse, appunto, l'inferno: e giù le consuete, massicce, debordanti dosi di paura e degrado. As usual, dicono i miei compagni di pelo d'Oltremanica.

Vorrei essere chiarissima. Non avrò mai abbastanza parole contro quei disgraziati che hanno riservato un trattamento del genere ad un essere vivente; anche perché niente mi vieta di pensare che non sarebbero pronti a fare lo stesso anche con un gatto (ma, a differenza dei poveri ricci, noialtri gatti sappiamo come vendere cara la pelle, e soprattutto come scappare in posti nei quali o sui quali nessuno ci può raggiungere). Però vorrei anche dire che alla Nazione, e dovrebbe essere un concetto elementare, non importa assolutamente niente né del riccio, né degli stronzetti annoiati che lo hanno massacrato. Alla Nazione importa soltanto propinare la sua quotidiana dose di terrore, coi suoi finti reportages, i suoi "testimoni" inesistenti, le sue baggianate. Le importa solo di creare il clima giusto per poter richiedere polizie, soldati, telecamere, oppressione. Le importa solo assecondare e fomentare la paura, con ogni mezzo. Anche servendosi di un povero porcospino, data la penuria agostana di polveriere, quadrilateri del terrore e turiste canadesi travolte dagli immigrati in fuga. Se ne serve come si serve dell'immigrato e di qualsiasi altra cosa, quel fogliaccio terrorista nel significato più letterale del termine.

E così me ne sono andata anch'io, in compagnia di uno dei miei due amici, della sua compagna e di un'altra amica di cui avrò occasione di parlare, a fare un reportage a modo mio per quest'inferno metropolitano. Al tramonto di una caldissima giornata, passeggiando e saltellando. E che cosa ho visto?

Stradine mezze dimenticate, piene di giardini. In uno di essi, una partita di pallone in corso tra ragazzini. Se ne vedevano di tutti i colori, ma non di azioni di gioco o di goal: se ne vedevano di tutti i colori proprio di ragazzini. In porta uno scurissimo con la maglia di Frey; all'attacco un solo un po' meno scuro, con la maglia di Gilardino; altri avevano maglie improvvisati e un paio non le avevano proprio. Gialli, neri, rossi, bianchi; un caleidoscopio. E siccome sono piuttosto brava nelle lingue degli umani, mi sono accorta che parlavano tutti nella lingua del posto, con tutte le "c" e le "t" aspirate al loro giusto posto (cosa che ai non locali non riesce assolutamente mai). Tranquilli, vocianti, e direi addirittura felici a godersi gli ultimi giorni di vacanze. Manco un genitore nelle vicinanze; eppure, in un inferno del genere, mi sarei aspettata guardie armate, cavalli di Frisia, fuoco e mitragliatrici. Tanto più che la Nazione ha puntato il dito contro le babygang. Come fossimo a Chicago o a Detroit. Quanto pagherebbero per una banda giovanile di quelle vere, quei signori là. Per vendere due copie e nutrire il loro sporco bisogno di paura, sarebbero pronti ad assoldarne una. Invece cosa c'era qui? Una banda di ragazzini che giocavano al pallone, perdipiù senza nessun pensionato che li prendeva a fucilate.


Poco oltre, su un muretto tra due palazzoni, una scritta su un muro mi ha fatta riflettere. È quella che vedete qui sopra. L'ironia o la maestria dalle natura ha fatto sì che, proprio in corrispondenza del disegno delle foglie di canapa, siano cresciute delle piantine, assolutamente libere ma in perfetta simmetria con il disegno in questione. Sembra quasi che le foglie disegnate spuntino dalle piante vere. Ah già, dimenticavo: qui siamo negli inferi. Negli inferi si vorrebbe pure la canapa libera, cosa che spiacerebbe senz'altro alla Nazione e magari anche a quel caro consigliere comunale, come si chiama luilì, ah sì, il Donzellon Donzellão, che va a fare le concioni davanti e dentro ai negozi dove onesti lavoratori smerciano oggetti in canapa rimediandone, sanamente e fortunatamente, elevate dosi di ciaffate nel muso, pattonate ne' denti e pedate ne' malleoli. La differenza è questa: qui agli inferi ci sono ragazzini che fanno la scritta sul muro e magari si fanno anche qualche canna sulle panchine, senza minimamente rompere i coglioni al prossimo. Nei posti che garbano tanto alla Nazione, invece, ci si strafà di cocaina. Dico che alla Nazione certi posti garbano, perché di quella bella piazzetta col palazzo antico e i localini trendy non ne parla mai come degradata; il degrado è tra i giardinetti di periferia o in certe zone del centro dove ci sono gli abusivi. Ma siccome il centro sta troppo stretto, a quei signori, ora ci provano anche con altre parti della città.


E così, immersa in questi pensieri assolutamente infernali, ho continuato tranquilla il mio giro per gli angoli più riposti di questo quartiere. Come quello che vedete qui sopra; è, pensate un po', il giardino della canonica di una chiesa. Non si sente volare una mosca, ed è già quasi buio. Bisognerebbe, ci dicono, cominciare ad avere paura. Ad avere sudori freddi. A desiderare di tornare a casa, rinchiudersi dentro, accendere le scatolette colorate, serrare le porte blindate; mentre i giardini diventano preda di bande sanguinarie che, sempre come scrive la Nazione, addirittura farebbero gli "esami" al malcapitato viandante, provocandolo per vedere la sua reazione ed eventualmente aggredirlo. In posti dove sono andata tranquilla, durante le mie scorribande feline, anche alle tre di notte senza che nessuno mi abbia "esaminata". E ci tornerò anche! Ma verrà il giorno che, col favore delle tenebre, mi farò una passeggiata un po' più lunga, e andrò a depositare un'odorosissima pisciatina sulla porta d'ingresso di quel giornale orribile. Parola di Pampalea.

Nel frattempo, se incontro quei ragazzi che hanno fatto quelle cose al riccio, cercherò magari di fare una cosa che nessuno ha mai fatto con loro: stare ad ascoltarli. Magari dopo un paio di graffi ben assestati. Chissà che non abbiano qualcosa da dire anche loro, invece di essere segnati a dito per delle manovre che, a lungo andare, faranno fare a tutti quanti una fine ben peggiore di quella di quel povero animale. E, nel frattempo, uscite tutti. A vivere ventiquattr'ore su ventiquattro. Tutti fuori. Liberi tutti, in questo quartiere che ospita anche una galera. Liberi come un fiore, come dei ragazzini che giocano e, perché no, anche come la canapa.


martedì 8 settembre 2009

Crisi universale


Ronfff....dunque, dicevamo? Quant'era che non ci vedevamo su questo blogghino? Dieci mesi? Dieci mesi?? O porco gatto, come dormita stavolta -forse- ho un po' esagerato. Ma eccomi di nuovo a voi, assieme ai miei due amici (che non conoscono la sublime arte del dormire, va detto; ma voglio loro bene lo stesso). Insomma: Pampalea è tornata. Poi, può anche darsi che se ne torni a dormire; ma questo è un altro discorso. Noialtri gatti, o ci pigliate così, o ci pigliate così.

Mi sono svegliata, e c'era la luce del giorno. Che bella che è! Così, dopo una necessaria ed accurata toilette me ne sono andata un po' in giro per la città; così per riprendere confidenza, per vedere e origliare che cosa è successo, e ovviamente anche per sgranchirmi le zampe.

In giro ho sentito cose interessantissime. Dicono, ad esempio, che ci sia un nuovo sindaco; poi che si parla di una misteriosa cittadella che dovrebbe essere costruita non si sa dove. E la cosa mi preoccupa un po'; già se ne vede in giro tanta di sbirraglia spaventamicini, e questi ora vogliono fare anche una cittadella. Una fortezza? Ma non potrebbero, se proprio vogliono, rimettere in sesto quella che già ci sta in pieno centro, invece di farci mostre generalmente inutili? Ma valli a capire tu, questi umani.

Poi, in giro, tutti ce l'hanno con la crisi. Mah! Dev'essere proprio così. Crisi nazionale, crisi europea, crisi addirittura planetaria. Planetaria? Mi sa che, purtroppo, deve aver varcato gli angusti limiti del pianeta Terra per approdare nelle infinità siderali.

La luce. C'è niente di più semplice, bello e elementare della luce? Eppure la Crisi Universale deve aver toccato anche il Creatore, se pure lui si trova costretto a chiedere l'elemosina per mantenerla. Oh, è quel che ho letto; e i miei amici hanno provveduto a documentarlo. Tanto più che l'avviso è installato proprio sul muro d'una chiesa. Elemosine per il mantenimento della luce. Maledizione. Non risparmia nessuno. Neppure il suo inventore. Gli dev'essere arrivata una bolletta di quelle cosmiche (e, qui, l'aggettivo cosmiche no, non è un iperbole). Talmente salata da ridursi addirittura a chiedere l'elemosina.

Da brava gatta, anch'io ho dato il mio caritatevole contributo. Come potrei, del resto, sopravvivere senza luce? Come potrei rinunciare a crogiolarmi al sole? E se poi l'ENEL lo stacca? Insomma, per farla breve, ho chiesto ai miei amici di dare un sostanzioso contributo (ben dodici euro in spiccioli, era tutto quel che avevano in tasca quei du' disgraziati) per il mantenimento della luce. Però, poi, quel tipo lassù non ci venga più a parlare di Onnipotenza. Pensi, piuttosto, alla potenza in kilowattora. E si dia una regolata, anche. C'è bisogno di sprecare luce per tutte quei milioni di galassie a bischero, buone soltanto per i fabbricanti di telescopi? E ne spenga qualcuna, perdio!

domenica 2 novembre 2008

E Paperopolis



Stavo facendo il mio mattutino giretto al bar, alla ricerca di storielle da raccontare, quando mi sono caduti gli occhi (e sono occhi che ci vedono benissimo, come si conviene a una gatta) sulla prima pagina di un quotidianello (poiché io non dirò mai di quale città si tratti, lo chiamerò Il Questacittà, anche perché facente parte di una catena di "testate cittadine" che, nel titolo, regolarmente usa il nome della città preceduta dall'articolo "il") che riportava una notiziuola con ampio risalto. Come si fa, oggi, a catturare l'attenzione del lettore? Esistono alcune parole-chiave di sicuro effetto: esasperazione, incubo, degrado, polveriera...insomma, tutto un ammennicolo di idiozie per le quali, un giorno o l'altro, bisognerebbe un giorno o l'altro chiedere civilmente conto agli autori e ai mandanti (i cui scopi sono ovviamente chiarissimi).

Secondo questo articolo, nel Quartiere 3 di questa città i cittadini sarebbero oramai pronti ad insorgere (o qualcosa del genere, ma la sostanza è quella) a causa delle "scritte sui muri" che imbrattano le facciate degli stabili, particolarmente quelle prospicienti un certo centro sociale chiamato CPA che viene ovviamente tirato subito in ballo come autore. Vengono intervistati i consueti tizi che non hanno alcun dubbio al riguardo, magari ignorando, del tutto come si specifica a chiare lettere nel pronto articolo di risposta del sito del centro sociale, che il CPA non fa più scritte sui muri a partire dal 1993, e che anzi, da un bel po' di tempo, sta facendo di tutto per non incorrere in cattivi rapporti con il vicinato, e che mostra verso la popolazione e verso il quartiere un rispetto ben maggiore di quanto non ne pratichino certi pennaioli che si divertono in ogni modo, loro sì, ad esasperare gli animi per far vendere una copia o un po' di pubblicità in più, pubblicando notizie prive di fondamento reale ma con il preciso intento di contribuire alla santa causa dell'eliminazione di ogni forma di opposizione reale.

Dite che sono esagerata? Ma no, carissimi miei amici di pelo e ignudi. Non sono esagerata, perché girando e girando per questa città mi sono accorta di quanti e quanti muri siano letteralmente imbrattati e inzuppati di scritte, scrittine, croci celtiche eccetera, opera di un certo gruppo politico "giovanile" di destra, nei confronti del quale non ho mai visto tirare in ballo incubi, esasperazioni, polveriere eccetera, e neppure tante geremìadi di bravi cittadini "che devono rifare la facciata". Eppure chiunque percorra almeno un po' le vie di questa città, ne avrà viste a bizzeffe! Ce ne sono nei posti più impensati, spesso assieme a sfilate di manifesti che annunciano questa o quella "iniziativa" del "centro sociale di destra" (sic). Affissioni in dispregio a qualsiasi ordinanza comunale e, mi di permetta di dire, a qualsiasi regola di civiltà e di educazione che poi questi bellimbusti vorrebbero imporre agli altri; ma è del resto arcinoto che questi signori sono dei fan della legalità soltanto quando non li tocca; altrimenti non avrebbero il caporione nazionale che hanno.

Se l'autore (che poi è un autrice) dell'articolo de Il Questacittà volesse fare anch'ella qualche giretto senza sbattere in prima pagina chi non ha fatto niente, e concentrandosi invece su chi i propri imbrattamenti li firma senza possibilità di equivoco, farebbe senz'altro meglio. Ancor meglio farebbe se, visto il livello oramai da Papersera che il suo quotidiano "indipendente" ostenta nei bar e dovunque sia in libera distribuzione, a proporre alla direzione generale di cambiare la denominazione della catena da E Polis in E Paperopolis. Magari, chissà, forse assumerebbero finalmente anche il mio amico, il gatto Malachia. Miao!