martedì 23 marzo 2010

Pinco Pallino


Proprio l'altro giorno, assieme al mio caro amico di pelo Niccolò Machiavelli (detto, curiosamente, El Perro), stavamo guardando la televisione a casa del nostro amico Sussi (abbastanza peloso pure lui, seppure umano). Non che lo facciamo spesso, nessuno dei tre; ma, a volte, specie sull'ora di pranzo o di cena, succede. A un certo punto, eccoti un gigantesco reportage di un telegiornale sugli ottant'anni di tale Gualtiero Marchesi, di professione cuoco (però si dice scèff), trattato alla stregua di un immortale; e mentre quello lì è attorniato dai collaboratori del suo ristorantone di superlusso (travestito ovviamente da cascina di campagna) e pontifica incassando iperboli che non si sarebbero sognati nemmeno Alessandro Magno o Napoleone (cosa che, devo dire, mi capita abbastanza spesso di sentire anche a proposito di alcuni sarti oppure di certi buffi giovanotti che inseguono un pallone su un prato), scorrono sullo schermo enormi piatti semivuoti, riempiti solo al centro di minime quantità di riso ricoperto da una lamina d'oro (?!?!) oppure di pezzetti d'altra roba. Esteticamente molto belli, come no; ma io, Nicco e anche Sussi ci siamo guardati negli occhi, tutti e tre con la stessa domanda inespressa: "Ma icché si mangia?...."

Sussi ha quindi, assai opportunamente, spento la scatoletta dell'alienazione mentale, il faccione del gran cuoco esteta è stato inghiottito dall'oscuro assieme alle sue opere d'arte (che, probabilmente, devono costare appunto quanto la Gioconda di Leonardo, sempre che poi il loro gusto effettivo, al pari del prezzo, non provochi invece l'Urlo di Munch).


Al che, Sussi, con una vera e propria schwer gefasste Entschluss, ci ha guardati gravemente e ci ha detto: Gnamo gatti, si va a sgranare da Pinco Pallino! Ne sono susseguiti, da parte di noialtri felini, miagolii di approvazione e di letizia. Siamo stati caricati in macchina (ecché, non l'avete mai vista una Fiesta del 118 con due gatti a bordo?) ed ivi condotti, all'angolo fra due riposte stradine vicino al policlinico di Careggi. Da Pinco Pallino, appunto.

Pinco Pallino è l'antitesi di Gualtiero Marchesi e dei suoi striminziti risottini dorati. Pinco Pallino ti accoglie con cartellacci scritti col pennarello, che dicono che si mangia ogni cosa a otto euri. Non al piatto: otto euri tutto il pranzo, acqua pane e quartino di vino rosso inclusi. Pinco Pallino è la cucina di casa tua, e non intendo questa cosa nemmeno come "pubblicità": è come fare réclame alla mamma o alla zia. Peraltro, il padrone non ha l'aria né di una mamma, né di una zia: è un ragazzo letteralmente soffocato dai suoi lunghissimi capelli (ghghghghgh!), un casinista appassionato dei suoi spaghetti alla majalona, dei polpettoni, delle braciole ai ferri e dei funghi trifolati. A volte si infila la maschera di Berlusconi che tiene rigorosamente dietro al banco, maglietta nera stile calcio con sulla schiena "8€ - Pinco Pallino", e aggiunge ancor più bordello a quello che già normalmente c'è nel locale. Tavolacci, clientela costituita al 90% da operai e altri lavoratori pranzanti (e la quantità di pantaloni sporchi di vernice lo testimonia), un paio di graziose ragazzotte di banlieue che servono, la cucina aperta, il cesso nel cortile, vino e allegria, e, soprattutto, gran piattate di roba bòna a un prezzo che in centro non ci compreresti nemmeno uno di quei gustosissimi panini all'iguanodonte che spediscono i turisti al vicino pronto soccorso.

Andare in un posto del genere, dove anche noialtri gatti & gattacci siamo i benvenuti (sempre che, naturalmente, non veniamo poi serviti come coniglio...), è un piacere immane. Cittadini del mondo. Accenti locali, albanesi, maghrebini; ma senza nemmeno un filo di "etnico". È un posto per gente che lavora, e si mangia tutti la stessa roba. Tutti uguali. E, non vorrei essere ripetitiva, si mangia. Non si fanno gli assaggini. Non ci sono le "chicche". Chi vuole fumare fuori, si accomoda a sedere sullo scalino della soglia. Rumori di spiattìo, di sforchettìo, di sganascìo. E poi, qualche volta, vuoi mettere essere serviti dall'Unto di Arcore in persona, qui ritratto assai in topic accanto a una scatola di Orzo Pupo (a quando, mi chiedo, l'Orzo Emanuele Filiberto?)!

Insomma, come dire, tu esci -umano o gatto che tu sia- da Pinco Pallino e ci hai un bel po' di cose che ti fanno star bene. Prima di tutto sei sazio di roba cucinata bene, ché il mangiare bene si vede prima da come ti fanno du' spaghetti al pomodoro o una fetta di carne (e non dai ghirigori "artistici" messi in pentola). Poi non hai speso un cazzo di nulla. Sei stato bene tirando battute e risate con gente che, magari, lì dentro dimentica per tre quarti d'ora che deve tornare in cima a un ponteggio per mille euri al mese (se va bene). Succede poi che scoppia la primavera, ché a noialtri gatti il calduccio ci piace e non soffriamo di allergie né fisiche e né esistenziali, e allora quei tre quarti d'ora ti fanno andare avanti con mezzo milligrammo di contentezza in più; e la contentezza è merce rara in mezzo a questi tempi torvi. Rara e quasi rivoluzionaria.

Avrò esagerato? Boh! Il fatto gli è che il sor Pinco Pallino, che alle pareti del suo locale (in vari articoli di riviste e giornali) spiega tutta la sua filosofia alla portata de' pòeri, è andato nella giusta direzione. Tutto qui. Provate a andarci anche voi, verso mezzogiorno. E se poi 'un vi garba, i casi son due. O vi garba il risottino fogliadoro nella cascina, o siete bischeri. In entrambi i casi, pazienza: noialtri si starà più larghi.

martedì 16 marzo 2010

La maestà del popolo


Brutto inverno, cari miei. Massimamente per una gatta, nera o di qualsiasi altro colore. Noialtri gatti, che amiamo il sole, non saremmo fatti per inverni come questo che, fortunatamente e con accidenti vari, sta finendo; così prestiamo la nostra voce ad altri accidenti, spesso umani, che distolgono da quel che si vorrebbe fare. Ma tant'è, e quel che fatto è fatto e consegnato; intanto, timidamente, rispunta il sole. E allora si torna a fare qualche giro per la città, che poi sarebbe quel che è qui dichiarato: una gatta nera a giro per la città. E me ne sono andata a fare un giro a San Salvi.

Prima o poi se ne impossesserano, di San Salvi, i signori degli affari loschi e delle politiche scure. Se lo prenderanno, ci faranno case e palazzi, faranno finta di ristrutturare e di salvare dal degrado e festa finita. Già i progetti, come tutti sanno, ci sono. Tutti lo sanno e girano la testa dall'altra parte; e San Salvi può opporre ben poco, a parte i suoi alberi, le sue ville mezze diroccate, la sua storia di dolore e la sua socialità. C'è di tutto, ora, in quell'enorme area che fu un manicomio: centri diurni, strutture pubbliche, gli anarchici sotto costante minaccia di sgombero, il Social Bar, il teatro con quelli della Bilancia e i cantautori sotterranei, persino un giardino di educazione stradale costantemente deserto. E i viali, e la ferrovia che passa a lato, e un dolente grido di restituzione alle mille e mille attività di tutti e per tutti che un'area del genere imporrebbe ad una città che si dice civile. Ma se lo piglieranno lorsignori, con le loro galere e i loro avalli, coi loro beneplaciti e con i loro giornali che spargeranno, come sempre, menzogne. Ha un destino già segnato, San Salvi. Un giorno arriveranno le ruspe. Quel che farà loro comodo sarà salvato, e il resto verrà distrutto. Spunterà la parola prestigio. Spunteranno i soliti nomi.

A San Salvi, tra i suoi edifici diroccati, ne resiste uno sul quale, tanti e tanti anni fa, si volle dipingere un mural in stile "andino", con una grafica che ricordava quella dei dischi DICAP della Nueva Canción Chilena. C'era stato, da poco, il golpe militare di Pinochet. Gli Inti-Illimani, cui ancora non era stata consegnata ufficialmente la patente di noiosi per antonomasia, riempivano la Grande Piazza. Settantatré, settantaquattro, settantacinque. Il diciotto aprile 1975 ammazzarono un ragazzo, comunista, durante una manifestazione contro la repressione: si chiamava Rodolfo Boschi. Tempi in cui, nel mural andino dipinto in mezzo a quello che era ancora un manicomio e un lager, si dichiarava una brigata a nome di quel ragazzo morto.


Tempi in cui un certo giorno di primavera aveva un Valore, in tutte le accezioni di questo termine che sono state sconciate oggigiorno. Tempi in cui le parole del Gran Poeta, che del colpo di mano fascista in un lontano paese era stato fra le prime vittime, venivano non soltanto ricordate, ma associate a quel giorno d'Aprile e a un giovane ucciso per mano poliziotta. Le aveva scritte, il Grande Poeta cileno, quando nel primo dopoguerra era arrivato in questa città ed era stato ricevuto da un sindaco operaio, Mario Fabiani. Y cuando en el Palacio Viejo, bello como un ágave de piedra, yo subí los escalones consumados, pasé por los antiguos cuartos y vino darme el bienvenido un obrero, jefe de la Ciudad, del viejo río, de las casas talladas como en piedra de luna, no me surprendí: la maestad del Pueblo gobernaba. Quel poeta si chiamava Pablo Neruda, e parlava di questa città con le più belle parole che le siano forse mai state dedicate. Talmente belle, e vere, che sono state del tutto dimenticate; tranne che su quel mural, su quell'affresco popolare che si sta sgretolando sui muri di una casa rovinata in un luogo che scomparirà presto.


Non terminò di parlare, il Poeta. Disse ancora. Ed è bene leggerle queste parole finché resisteranno. È bene darne conto e tramandarle, anche se per mano d'una gatta girovaga e nera.

Ma dietro non c'era l'aureola del passato: il suo splendore era la semplicità del presente. Come un uomo, dal telaio o dall'aratro, dalla fabbrica oscura, salì le scale con il suo popolo e nel suo Palazzo Vecchio, senza spada, il popolo, lo stesso che valicò con me il freddo delle Cordigliere delle Ande, stava là. Per questo credo ogni notte nel giorno, e quando ho sete credo nell'acqua, perché credo nell'uomo. Credo che stiamo salendo fino all'ultimo gradino. Da lì vedremo la verità spartita, la semplicità restaurata sulla terra, il pane e il vino per tutti.


Avete letto e compreso quali parole riusciva ad ispirare ad un Poeta questa città? Avete letto della semplicità, della speranza e del pane e vino per tutti? Sta tutto scritto su dei muri sbrecciati, fatiscenti. E non si tratterebbe neppure di salvare quei muri, ma quelle parole. Si tratterebbe di riappropriarsene e di farne presente e avvenire. Si tratterebbe di un sacco di cose. Intanto battono le grancasse del degrado, e quando battono non è mai perché sia dato pane e vino a tutti. Battono sempre affinché non il pane e il vino, ma il denaro, venga accumulato nelle tasche di pochi. E allora fatevi gatti anche voi. Sgattaiolate, senza essere visti, dentro San Salvi. Andate a vedere quei muri e a guardare quell'affresco. Leggete quelle parole. La maestà del popolo ha smesso di governare da tempo. Ma quei muri resistono e dicono ancora. Sta a chi legge, allora, decidere.


mercoledì 3 marzo 2010

My sweet Lady Pamp



My sweet Lady Jane
When I see you again
Your servant am I
And will humbly remain

Just heed this plea my love
On bended knees my love
I pledge myself to Lady Jane

My dear Lady Anne
I've done what I can
I must take my leave
For promised I am

This play is run my love
Your time has come my love
I've pledged my troth to Lady Jane

Oh my sweet Marie
I wait at your ease
The sands have run out
For your lady and me

Wedlock is nigh my love
Her station's right my love
Life is secure with Lady Jane

Questa volta, dopo aver ottemperato agli strambi favori del mio amico, voglio prendermi una canzone "mia". È una canzone felina, questa. Ha le stesse movenze, e gli stessi misteri. Di che cosa parlerà? Di qualche moglie di un re, o di qualche recondito significato che non si può sapere? Com'è che i Rolling Stones, si misero a comporre e cantare quella che appare come una squisita canzone di epoca elisabettiana, con Brian Jones al dulcimer? Non lo so. Ma è una delle canzoni che più mi canto in certe nottate, quando me ne vado sola e nera a perdermi in mondi che non vi potete immaginare. Vs. gatta Pampalea.

martedì 23 febbraio 2010

Franco da Cata...no, pardon, da Siracusa



Avvertenza della Gatta Pampalea. Quella che vedete sopra è una vecchia parodia che David Riondino fece ispirandosi a Franco Battiato, intitolata appunto "Franco da Catania". L'amico Sussi, ispirandosi a sua volta ad essa, ne ha fatta un'altra spostandosi solo leggermente in Trinacria: da Catania è passato a Siracusa. Sembra sia dedicata a uno che conosceva, e di cui il 24 febbraio ricorre il 57° compleanno; mi ha pregata quindi gentilmente di recapitare al suddetto il qui presente regalino. Cosa che faccio prontamente, senza capirci peraltro molto. Sussi avverte che la cosa deve essere, se si vuole, cantata proprio sull'aria della parodia riondinesca (o riondiniana? Boh!)

FRANCO DA SIRACUSA

Bizantinismi caustici
frammenti presocratici
le donne di Gallipoli
organizzavano
cenoni

Mio nonno era polemico
mio zio era antipatico
mi rinchiudeva a chiave in casa
e mi bruciava
tutti i fumetti
fitùsu

A Barcellona sparano
a Soverato trombano
io sono assai umoristico
ascolto ora Baglioni
e guardo Lossssssst

Franco, esci da Internet
dai retta al dottor House
vai al bar e fatti du' grappini
altrimenti mi diventi grullo

(E Sirasiraccùùùùùùù
sirasiraccùùùùù)

Gruppuscoli catartici
lasciavano dei bossoli
arrovesciavo gli autobus
era l'inverno del '72
c'era un casotto
...un quarantotto...
...la pi trentotto...
...mi cacai sotto...
andiamo avanti

Email paraboliche
corbellerie sarcastiche
panini ca' la meusa
maritavano

Cantanti country spastiche
e bluesmen rachitici
mi taglierò la zazzera

La mia generazione
rispose
alle domande
gli amici ora mi chiamano
Lòngari

Franco, esci da Internet
dai retta al dottor House
vai al bar e fatti du' grappini
altrimenti mi diventi grullo!


(E siracuccuccùùùù
E sirasiraccùùùù...
siracù siracuccuccù!)




domenica 14 febbraio 2010

Pampalea in tramvia


Ebbene sì: dopo qualcosa come sette anni (vale a dire la vita media di un gatto!) dall'inizio dei lavori, finalmente questa città ha da oggi la sua tramvia. Insomma, è tornato i' tranvài, anche se questo qui di ora sembra (anzi: è) un vero e proprio treno metropolitano. Curiosa come tutti i gatti, e con il supplemento di curiosità derivatomi dall'essere una gatta fèmmina, anch'io non ho voluto mancare all'appuntamento; e, assieme a Sussi e alla sua Sussa, invero alquanto infreddolita data la domenica gelida di febbrajo, mi sono lanciata all'assalto dei convogli per farmi un viaggetto fino in centro.

Come tutti sanno, la costruzione di codesta tramvia ha provocato qui in città reazioni assai controverse, con tanto di partiti, o fazioni, favorevoli e contrarie; e, senza dubbio, l'andamento assai a rilento dei lavori ha acuito la già naturale tendenza degli umani di questa città alla divisione, al mugugno sarcastico e alla formulazione di sentenze definitive ancor molto prima che il servizio partisse regolarmente. C'è stato, un paio d'anni fa, addirittura un referendum consultivo che ha visto la (peraltro inutile) vittoria della fazione contraria alla tranvia; fazione che, con tutta probabilità, più che a vagoni e binari era interessata a voti, candidature, presupposti cambiamenti e via discorrendo. Politicanteria bella e buona, insomma; tant'è vero che il lìder di tale fazione ha pensato bene, dopo aver fatto la sua "listarella" personale, di passare armi e bagagli alla Lega Nord. Ma lasciamo pur perdere queste cose, e passiamo alla descrizione di questo primo giorno di tramvia visto con gli occhi di una gattaccia corvina.


In questa prima foto, si vede l'arrivo di un convoglio alla fermata "Batoni", vale a dire quella più vicina alla casa del mio amico Sussi (che poi è anche dove abito io, incidentalmente). Sembra tutto tranquillo: e invece era un autentico delirio. Grazie al fatto che, per la prima settimana, il Comune ha deciso di far viaggiare tutti a gràtisse, i miei concittadini, dimostrando una squisita coerenza dopo anni di lamentele, hanno preso letteralmente d'assalto il tram, naturalmente anche per sperimentare la novità. Letteralmente impossibile entrare dentro, nonostante l'elevata frequenza dei treni (tre/cinque minuti). Alla fermata (o stazione?), vedendo arrivare i convogli stracolmi, si sprecavano le battute: la più gettonata riguardava le persone che erano riuscite a sedersi, sulle quali si ipotizzava che fossero lì dalle 6,30 del mattino (ora della prima, storica corsa) e che ancora non fossero riuscite a uscire. Un signore anziano paventava che, prima o poi, dai vetri di un convoglio spuntasse un cartello con scritto "AIUTO! FATEMI USCIRE!"; e la cosa può essere ben colta dalla foto che segue, scatta quando finalmente io ed i miei amici siamo riusciti a sgattaiolare (cosa che a me, ovvio, riesce assai meglio che a loro...) dentro un tram direzione centro:


Insomma, vuoi per la novità, vuoi per la gratuità e vuoi anche perché in questa città sono fatti così, la cosa sembra che sia piaciuta non poco. Certo, bisognerà poi vedere quando il servizio sarà davvero a pieno regime, e quando si dovrà pagare il biglietto (che, per inciso, nonostante tutte le chiacchiere incontrollate tipo " 'e costerà i' doppio!..." è assolutamente identico a quello dell'autobus e può essere utilizzato indifferentemente); però l'inizio è stato davvero eclatante nonostante le condizioni stile metropolitana di Tokyo alle otto del mattino.

Per un mese, il tram -secondo le disposizioni europee- dovrà viaggiare a velocità ridotta; nonostante questo, per andare in centro ci vuole già davvero pochissimo rispetto a quanto ci si mette in autobus (non parliamo ovviamente della macchina...). I conducenti (tutti giovanissimi, con diverse ragazze) ancora non hanno preso piena confidenza col mezzo e si sente: alle fermate diversi strattoni, sbalzi di velocità, asprezze frequenti. Ma, tutto sommato, è comunque meglio degli autobus dove a volte neanche un gatto riesce a restare in piedi.

Il percorso della tramvia (almeno quello che ho fatto io, da "Batoni" fino al capolinea della Stazione Centrale, andata e ritorno) è decisamente bello nonostante che ancora si debbano "ripulire" ammodino i contorni della linea dai rimasugli dei lavori, e l'arredo urbano abbia bisogno di una bella sistematina. Il passaggio sul nuovo ponte sull'Arno è scenografico, come si può vedere dalla foto:


Qui va fatta una necessaria parentesi. A parte il fatto che il ponte in sé è molto bello e può essere utilizzato anche da pedoni e ciclisti che hanno una larga corsia a disposizione, il tanto vituperato attraversamento della primissima parte del Parco delle Cascine è assolutamente splendido. Ci sono stati non pochi ecologisti da strapazzo (quelli, per intenderci, che in questi anni hanno randomizzato i testicoli con i piagnistei sui poveri alberelli, quando se ne erano sempre fregati altamente di come stanno, gli alberelli, esposti quotidianamente a dosi di gas di scarico che ucciderebbero tranquillamente tutta la foresta amazzonica) che hanno parlato di scempio del parco e roba del genere. Cazzate sesquipedali. Di alberi ne saranno stati abbattuti cinque in tutto, e forse manco quelli. Il passaggio per una piccolissima porzione del parco ne rivela angoli del tutto dimenticati (come il bellissimo Sferisterio, purtroppo in condizioni pietose) e ne valorizza altri: il percorso sul Viale degli Olmi, ad esempio, mi ha ricordato il Bois de Boulogne (che è a Parigi: non si tratta del Bosco di Bologna). Meraviglioso, ordinato e con una rara sensazione di civiltà moderna. I detrattori della tramvia pensino quindi piuttosto a tenere in condizioni decenti il verde cittadino esistente, per il quale non muovono generalmente un dito quando viene distrutto o sconciato per speculazioni edilizie varie. Si diffidi da chi frigna sull'alberello abbattuto, ma che non esiterebbe a abbattere una foresta intera o a distruggere un intero ecosistema con le sue inutili TAV fatte per risparmiare venti minuti scarsi fra Roma e Milano a prezzi esorbitanti, mentre un tram cittadino permette, allo stesso prezzo del biglietto dell'autobus, di risparmiare in proporzione ben di più a tutta una popolazione, in termini di tempo e di denaro.


Il tram entra quindi in centro, nell'ultimo suo tratto: la foto che vedete sopra è stata scattata al curvone prima della Stazione Centrale. A tale riguardo, nonostante le apparenze, il convoglio è piuttosto piccolo: secondo le apocalittiche parole di tale Razzanelli, il principale sparaminchiate antitranvìa (lo stesso, va da sé, che è passato alla Lega Nord), pareva che si trattasse di una specie di Eurostar che avrebbero scosso questa città dalle fondamenta. I tram sono invece poco più lunghi dei puzzolentissimi, lentissimi e ingombrantissimi autobus a due elementi (i "Diciotto Metri"), autentica disgrazia sia per chi ci viaggia sia per chi se li ritrova davanti, contro i quali però nessuno ha mai mosso un dito; oltretutto, i convogli sono anche silenziosissimi. Per quel che mi riguarda, io il tram lo avrei fatto passare benissimo anche da Piazza del Duomo, pedonalizzando magari il resto della piazza (cioè quasi tutta); è andata diversamente, e così sia. Ma la tramvia, malgrado il (prevedibile) casino di questo primo giorno, è per me una gran bella cosa. Parola di Pampalea. Arriverà anche il giorno in cui mi ci potrò spaparanzare e andarmene bel bella a giro per questa città che invoca costantemente le novità, ma che quando le si fanno non perde occasione per autorompersi le palle con questioni inutili, stupidamente faziose e inconcludenti.

venerdì 5 febbraio 2010

Giornata della Memoria, sì.


Xenofobia.

Omofobia.

Islamofobia.

lunedì 25 gennaio 2010

Mannu libero. Fino alle Sieci.


La notizia, che urlo miagolando ai quattro venti, è di oggi. Normalmente la avrei data così:

IL MANNU È LIBERO !!!!!

Però, viste le particolari modalità di questa cosiddetta libertà, la darò così:

Il Mannu è libero !!!!!!

Questo perché, sì, oggi a Francesco Mannucci sono stati revocati gli arresti domiciliari. Vale a dire che anche al sor Tribunale di questa città si devono essere accorti che esistono i raudi, e che sono in libero commercio. Insomma, come dire: a un compagno, a un lavoratore, a un ragazzo di 26 anni sono stati rubati alcuni mesi di vita per un petardo, per una rissa che non c'è stata, per dei titoli imbecilli su fogliacci di carta da culo, e per ribadire che cos'è in primis che lo "Stato" italiano si occupa di reprimere nel mentre osanna, esalta e addirittura santifica individui come questo.

Però, attenzione. Il Mannu è libero, sì; però con obbligo di dimora. In pratica, non può uscire dal suo comune di residenza e, in particolare, gli è stato fatto assoluto divieto di entrare nel comune di Questa Città. In pratica, gli è stata concessa la libertà di uscire dalla casa dei genitori, dove era rimasto segregato per un certo periodo, e di tornare a casa sua (che fortunatamente si trova nello stesso comune). Sempre nel suo comune potrà muoversi come vuole, potrà tornare (credo) a ricevere telefonate e a comunicare col mondo esterno, ma senza uscire dal territorio comunale di Pontassieve. La libertà di movimento termina alle Sieci.

Immaginate un po': per raggiungere Pontassieve da questa città ci vogliono venti minuti in macchina, e trentacinque in autobus. Non ci si accorge nemmeno di cambiare comune: prima, al Girone, si entra nella parte rivierasca di quello di Fiesole, e poi, appunto alle Sieci, in quello di Pontassieve. Per un altro periodo, a discrezione del Tribunale, il mondo "libero" di Francesco Mannucci, detto Mannu, terminerà alle Sieci. Le Falle, Compiobbi, l'Anchetta e il Girone, paesaggi banali di ogni giorno, diventeranno un territorio proibito; al pari di San Francesco, che è appena al di là del ponte ed è attaccato a Pontassieve, ma è già comune di Pelago.

E, allora, è opportuno dire che questa libertà di oggi, che pure non è poca cosa dato che permette al Mannu almeno di respirare un po' d'aria, di vedere le stagioni e di stare con la sua ragazza nella loro casa, altro non è che l'ennesima gradazione della galera. Quando entri in galera, in realtà non ne "esci". Prima devi passare per tutta una serie, una matrjoška di restrizioni. Si comincia con la cella. Con la galera vera e propria. Coi secondini, con le sbarre, con le schifezze di casanza, con l'ora d'aria. Ne esci per andare alla galera a domicilio: genitori, niente comunicazioni, eccetera. Poi si passa alla galera territoriale: il carcere si dilata fino a comprendere l'intera estensione di un comune. Alla fine, sarai libero, ma libero nella galera generalizzata che è diventata la cosiddetta "Italia".

Nel frattempo, tanti altri compagni sono ancora alla "prima fase". Alla galera autentica. Ai secondini, alle sbarre e a tutto il resto. Ce ne sono di nuovi, magari per il nome che portano. Gridando Mannu libero! si deve continuare a gridare libertà per tutti i compagni, per tutti gli antifascisti, per tutti gli antagonisti incarcerati. E senza nessuna distinzione tra le varie gradazioni.

L I B E R I T U T T I ! ! ! ! !

E, se tanto mi dà tanto, uno di questi giorni si vedrà qualcuno andarlo a gridare dall'alto delle colline di Santa Brigida, che è ancora nel comune di Pontassieve. Oltre, no. All'Olmo è già Fiesole. Il Monte Senario è già Vaglia.

Nella foto: Le Sieci viste dall'Arno, ca. 1920.